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martedì 10 febbraio 2015

CAERID LOCK


Esaminando attentamente la mappa sapevano che quella era l'unica possibilità per entrare, quindi si fecero forza ed in formazione serrata sulla difensiva si fecero avanti verso l'ingresso ovest. Come si aspettavano, appena furono sull'entrata, sorsero dal terreno gli scheletri che li circondarono pronti ad attaccarli. La lotta fu aspra e sanguinosa. Gli scheletri sembravano quasi non sentire i colpi inflitti con le armi da taglio o appuntite e sembravano più coriacei del previsto, soprattutto i 2 "campioni" che combattevano con una corazza di piastre, uno scudo grande di metallo e una spada lunga. Dopo qualche esitazione su come utilizzare la propria energia incanalata, il chierico Kyras decise di curare gli amici piuttosto che infliggere danni ai non morti, così la battaglia si prolungò per qualche tempo e rischiava di volgere al peggio per gli avventurieri, soprattutto dopo che l'alchimista colpì le creature con una bomba infuocata: uno scheletro venne distrutto, mentre i 2 campioni si "infuocarono", quasi come se non bruciassero ma bensì producessero fuoco essi stessi! Ogni colpo che infliggevano causava danni da bruciatura, ed ogni essere a contatto con loro prendeva fuoco! Ma uno ad uno gli scheletri più piccoli caddero, e Kimson riuscì ad assestare qualche buon colpo anche sulla minaccia principale, supportato d Lupus. Così alla fine riuscirono a sconfiggere i temibili costrutti non morti. Oltrepassarono le porte scardinate e la saracinesca e laggiù trovarono Caerid Lock, sepolto dai cadaveri dei suoi sottoposti, che con un filo di voce rantolava aggrappato alla speranza. Era il capitano della Guardia. Snello e di carnagione scura, Caerid Lock aveva uno sguardo inquieto e la faccia segnata dalle preoccupazioni. I lineamenti del viso erano quelli caratteristici degli Elfi: sopracciglia che ai lati si inarcavano verso l’alto, orecchie a punta, faccia così stretta da sembrare scarna. Vestiva di grigio come gli altri soldati, ma la torcia ricamata sul suo petto era impugnata da una mano e sulle spalle aveva delle barre rosse. Portava i capelli e la barba molto corti, e in entrambi si scorgeva qualche filo grigio. Era uno dei pochi che fossero rimasti amici di Bremen quando era stato bandito dal Consiglio. Comandava la Guardia da più di quindici anni, e non c’era persona più adatta di lui per quell’incarico. Proveniva dal corpo dei Cacciatori degli Elfi, aveva passato l’intera vita sotto le armi ed era un soldato di grande competenza: i Druidi avevano scelto bene, nell’affidargli la propria difesa. E soprattutto, dal punto di vista di Bremen, era un uomo a cui avrebbero dato ascolto, se avesse rivolto loro una richiesta. Il Capitano elfico era appoggiato con la schiena contro la porta della torre di guardia, aveva la faccia sporca di sangue raggrumato e secco, il corpo trafitto e squarciato da una decina di ferite. Ma era ancora vivo. Aprì le palpebre e mosse le labbra. Appena Azael lo riconobbe gli si avvicinò, mentre Kyras cercava di curarlo. “Caerid dice che Paranor è stato tradito dall’interno, di notte, mentre tutti dormivano. I responsabili sono tre Druidi. Sono morti tutti, meno quei tre. Il Signore degli Inganni li ha lasciati qui perché si occupassero di noi. Sono nel castello, da qualche parte. Caerid è riuscito a trascinarsi fin qui, ma non è riuscito ad andare oltre.” Dopo questo sforzo Caerid svenne, e solo l'uso di una panacea da parte dell'alchimista lo fece rinvenire. Subito l'elfo si riprese bevendo una delle sue pozioni di guarigione (l'altra l'aveva presa il chierico) e con fare risoluto si preparò a condurre il gruppo all'interno della fortezza. Polvere e minuscoli frammenti gli colpirono la faccia quando una folata di vento s’insinuò nel passaggio. Tutti gli abitanti del castello erano morti: di questo erano certi. Tutti i Druidi, tutte le guardie, tutti coloro che avevano lavorato e studiato laggiù per tanti anni, tutti morti. La constatazione fu come un pugno allo stomaco; tolse loro il fiato e la forza, rimasero storditi e increduli. Tutti morti. Dappertutto si scorgevano cadaveri, contorti nell’agonia della morte. Alcuni erano morti di spada. Altri erano stati fatti a pezzi. Altri ancora, comprese, erano stati portati nei livelli più bassi della rocca e sepolti vivi laggiù. E nessuno era sopravvissuto. Nessun battito di cuore gli giunse all’orecchio. Nessuna voce lo chiamò. Nessuna creatura vivente si mosse. Paranor era un mattatoio. Paranor era una tomba.  
All’improvviso, mentre Lupus si stava dirigendo verso uno dei giardini a fianco all'entrata, sentì un latrato provenire da sopra d loro e videro un segugio urlatore che si librava sopra di loro. Il fastidioso suono mandò nel panico Kimson e Azael che scapparono andandosi a ranicchiare dietro ad un muro, mentre Lupus affrontava la bestia che lo stava incalzando. In suo aiuto vennero subito i 3 elfi, che guidati da un vendicativo Capitano, sfoderarono i loro lunghi archi trafiggendo più volte la bestia fino a sconfiggerla. "Da qui in poi non avrete più a che fare con semplici orchi o goblin: le creature responsabili di questa carneficina sono peggio di qualsiasi vostro spaventoso incubo e sembrano essere stati sputati fuori direttamente dai gironi dell'inferno!" disse Caerid Lock mentre si ricomponeva. Recuperarono i compagni fuggiti assieme ad una pozione curativa che trovarono tra i corpi delle guardie decedute, poi entrarono con Caerid Lock nel castello e sparirono nel buio dell’androne. Percorsero androni cavernosi e stretti corridoi tortuosi, immersi nel silenzio gelido e buio, accompagnati soltanto dall’eco dei loro passi sulle pesanti lastre di pietra del pavimento. Non incontrarono nessuno, come se Paranor fosse deserto. Incontrarono la prima di una lunga serie di rampe di scale che portavano alle parti più alte della rocca.  
SALA DEL CONSIGLIO DEI DRUIDI - CORPO DI ATHABASCA Si fecero strada in corridoi dove si udiva soltanto l’eco dei loro passi e raggiunsero la sala del Consiglio. Arrivati nella Sala del Consiglio vi trovarono i corpi decapitati dei Drudi che eranno stati riuniti nella sala, fatti inginocchiare e poi uccisi. Non era presente alcun segno di lotta e i poveri studiosi non indossavano le tuniche caratteristiche dell'ordine, bensì le vesti da notte: erano stati colti di sorpresa nel sonno e radunati lì brutalmente, senza avere il tempo di indossare i propri oggetti personali! Kyras fece una individuazione del magico mentre Lupus e Mereth controllavano che dal corridoio non venisse nessuno e gli altri si facevano avanti nella stanza. Il chierico sentì diverse aure magiche di diversa intensità, anche molto forte, mentre il ranger notò che qualcosa giaceva sotto la pila dei cadaveri.
   
Quasi immediatamente emersero da sotto i corpi 6 diavoli lemuri, con le loro forme carnose scomposte e orripilanti, e subito iniziò un nuovo scontro. Questa volta però, aiutati da Caerid Lock, il combattimento fu meno impegnativo del previsto e presto la stanza tornò silenziosa. Là trovarono Athabasca, con i lineamenti bloccati dalla morte in un’orribile smorfia, il corpo un triste mucchio di carne lacerata, abbandonato sulle pietre del pavimento al centro. Era un uomo alto e robusto, dall’aria imperiosa, con una folta capigliatura bianca e fluente e gelidi occhi azzurri profondamente infossati in una faccia florida. Indossava la veste blu della sua carica, legata alla vita e priva di insegne. Athabasca era il Grande Druido, una persona autoritaria, di salde convinzioni e di opinioni incrollabili, che non aveva mai nutrito molta simpatia per Bremen. Allorché questi era stato espulso, Athabasca era membro del Consiglio, ma non ancora Grande Druido: la carica era giunta in seguito, e solo grazie ai complessi maneggi politici che caratterizzavano l’attuale Consiglio e che Bremen aveva sempre odiato. Trovarono segni di pressione sul collo e i suoi occhi erano stati bruciati con la magia. Athabasca venne lasciato sulle pietre del pavimento con il petto squarciato, come se gli fosse stato strappato il cuore. Trovarono su di lui un Anello dei Sigilli arcani (1000 mo), una pietra magica "Torcia magica" (75mo), e una pozione trasparente che emanava una forte aura ma di cui ignoravano la composizione. Kyras si rese conto che sul posto le percezioni magiche erano alterate da una sorta di incantesimo che non gli permetteva di individuare distintamente le auree. Del medaglione nessuna traccia.

martedì 3 febbraio 2015

ARRIVO A PARANOR!

GIORNO 3 Si misero in moto all’alba e per tutto il giorno proseguirono il cammino fino ai piedi dei Denti del Drago, costeggiando il Mermidon. La giornata divenne più calda, la temperatura salì, l’umidità e la calura appesantirono l’aria. Tutti si tolsero i pesanti mantelli da viaggio e bevvero enormi quantità d’acqua. Nel pomeriggio si fermarono alcune volte per riposare, e quando arrivarono al Passo di Kennon era ancora chiaro. A quanto pareva, si stava avvicinando un’altra tempesta, ma ad aspettare che il tempo si rasserenasse c’era il rischio di perdere altri due giorni. Giunsero in cima al passo mentre il sole calava dietro l’orizzonte e scivolava via dalla vista. Il cielo rimaneva chiaro, l’aria era tiepida, si camminava senza fatica e riuscirono a fare molta strada. Kinsom trovò un sentiero facilmente praticabile che li condusse velocemente in cima. Stavano per ricongiungersi al sentiero principale quando si trovarono di fronte ad un gruppo di 6 orchi armati di falchioni che li stavano aspettando nascosti dietro le rocce. Entrambi i gruppi rimasero sorpresi dalla vista degli avversari, ma non esitarono a gettarsi nello scontro.
   
Kinsom fu subito addosso ad uno di loro, col quale si scambiò violentissimi colpi, mentre gli altri orchi li sorpassavano ingaggiando la coppia Lupus/Obann, Mereth e azael, il quale con una bomba alchemica ne uccise uno, ferendone un altro. Lo scontro si protrasse per pochi minuti: la diga formata da Lupus e Obann supportata dalle cure di Kyras risultò insormontabile, e diede tempo a Kimson di rigettarsi nella mischia per concluderla vittoriosamente, nonotsante numerose ferite riportate a causa della brutalità dei malvagi esseri. Ancora una volta saltò loro agli occhi di come il loro equipaggiamento fosse non casuale, ma appartenesse ad un esercito organizzato. E quello che li sorprese maggiormente fu il ritrovamento di tracce diverse dalle loro. Kimson comprese che erano Gnoll e Iene che andavano a valle in direzione della fortezza dei druidi. Occorreva prestare molta attenzione. A mezzanotte iniziarono la discesa nella valle settentrionale. Il vento si era alzato, e giungeva ululando da sudovest, senza interruzione, sollevando terra e foglie e formando mulinelli che riempivano l’aria di polvere. Dovettero camminare a testa bassa finché non furono al di sotto della cresta delle montagne e il vento non perse forza. Davanti a loro, la sagoma scura della rocca dei Druidi era chiaramente visibile sullo sfondo del cielo stellato: torri spoglie e bastioni spezzati. Dalle finestre e dagli spalti non veniva alcuna luce. Né suoni né movimenti turbavano il silenzio del castello. Arrivati in fondo alla valle, la foresta li inghiottì. Luna e stelle rischiararono il loro cammino tra le ombre profonde, li guidarono verso la rocca. La strada era costeggiata da una doppia schiera di alberi antichi e massicci, che torreggiavano sopra di loro come le colonne di un tempio. Di tanto in tanto incontravano radure ammorbidite dall’erba fitta e stretti torrenti. Intorno a loro, la notte era immobile e sonnolenta, e il solo rumore era il fruscio del vento, che si era levato di nuovo e soffiava su di loro sotto forma di brusche folate, scuotendo i mantelli e i rami degli alberi come se fossero lenzuola stese ad asciugare. Ritrovarono sulla strada le tracce delle iene, 2 coppie che lasciavano solchi pesanti, così decisero di accamparsi all'interno del boscoquando erano le 2 passate, un pò lontano dal sentiero principale. Molti di loro erano stanchi, così decisero di approntare dei turni di guardia a coppie: Lupus e Obann il primo, Kimson e Mereth il secondo, almeno per riposare qualche ora e recuperare le forze. A metà del secondo turno di guardia Kimson sentì un rumore provenire dal bosco e avvisò subito Mereth che, però, non si era accorta di nulla. Così fece per tirare fuori la lanterna schermabile, nonostante la notte limpida permettesse una discreta visuale, ma non appena accennò ad accenderla gnoll e iene furono subito loro addosso sbucando furoi da tutt'intorno a loro.  
Kimson e Mereth dovettero fronteggiare uno gnoll e una iena a testa, uno gnoll a testa per Lupus e Kyras, euna iena a testa per Azael e Obann. L'alchimista fu il meno lesto ad alzarsi e non riuscì a contrastare l'attacco dell'animale che dopo averlo ferito lo sbilanciò sbattendolo a terra senza dargli la possibilità di rialzarsi. Andò peggio a Mereth che venne subito abbattuta dall'attacco imprevisto dei due esseri, mentre anche Kyras riportò una gravissima ferita inflittagli dalla lancia del suo Gnoll. Lupus sembrava reggere bene lo scontro, mentre Kimson aveva il suo da fare contro due avversari che continuavano a colpirlo ripetutamente, mentre lui doveva dividere i suoi attacchi. Il chierico si vide costretto ad un'emenazione di energia curativa che però ebbe l'esito anche negativo di ristabilire le ferite di tutti gli aggressori. Ma l'azione risollevò anche Mereth che con un fendente uccise uno gnoll. Gli avventurieri iniziarono a serrare le fila, nonostante Azael non riuscisse ancora ad alzarsi bloccato ora a terra da due iene e ormai con la vita appesa ad un filo, ma le cose migliorarono quando anche Lupus uccise il suo gnoll e Obann una iena, potendo così andare in soccorso dei compagni. Anche Kimson, nonostante le numerose ferite riportate, riuscì infine ad abbattere i suoi contendenti, così i rimanenti cercarono di darsi alla fuga, ma solo una iena ferita riuscì ad allontanarsi: tutti gli gnoll furono abbattuti. Anche questi riportavano l'emblema dell'esercito del signore degli inganni ed equipaggiamento (lance lunghe, scudi grandi e corazze di cuoio) costruito in serie, e ciascun di loro possedeva anche una pozione di cura ferite leggere: erano proprio ben organizzati e lì per un solo scopo: colpire chi voleva avvicinarsi a Paranor.
 
GIORNO 4 - ARRIVO A PARANANOR ALL’ALBA Nel cielo, la notte lasciava pian piano il posto al grigio, e lungo l’orizzonte si scorgeva già un alone argenteo. La foresta che li circondava sembrava vuota e abbandonata, un vasto labirinto buio di cespugli spinosi e fronde a baldacchino, chiuso e sigillato come una tomba. Gli avventurieri uscirono dal fitto della foresta al sorgere dell’alba, e le radure da loro attraversate si rischiaravano, passando dall’argento all’oro, man mano che il sole saliva al di sopra dei Denti del Drago e filtrava attraverso gli alberi per dare il suo tepore alla terra umida. Intorno a loro, il bosco si diradava progressivamente, riducendosi a minuscole macchie e a isolate sentinelle vegetali. Infine davanti ai viandanti, nella foschia del mattino, si stagliò la rocca di Paranor. Il castello dei Druidi era una massiccia cittadella di pietra, costruita su fondamenta di roccia che sporgevano dalla terra come un pugno levato. Le sue mura si alzavano per parecchie decine imbraccia, fino a formare torri e camminamenti dipinti di un bianco immacolato. A ogni angolo della costruzione sventolavano stendardi, alcuni con gli emblemi dei Grandi Druidi che avevano retto il castello, altri con le insegne nazionali dei signori delle Quattro Terre. Qualche filo di nebbia scivolava ancora lungo le mura e stagnava nell’ombra, alla base del castello, dove il calore del sole non aveva ancora bruciato la notte. Era una visione impressionante: la dimensione stessa del castello li costrinse a sostare per un attimo. Sembrava come se il peso delle sue pietre gli fosse stato scaricato sulle spalle, ed era un gravame insopportabile. Una massa così grande e implacabile, che in un certo senso rispecchiava l’ostinazione di coloro che vi abitavano. Il castello aveva quattro grandi ingressi: uno per ogni strada d’accesso. C’erano anche molte porte più piccole, ma erano fatte di pietra e lastre di ferro. In gran parte erano mimetizzate con cura. Uscirono finalmente dagli alberi, dove il sole era un intruso e l’ombra era sovrana, e si avviarono lungo la strada che portava all’ingresso principale. Rallentarono il passo giungendo in vista del castello, che parve materializzarsi dai varchi tra gli alberi ed ergere fino alle stelle la sua massiccia sagoma scura. Nonostante la vicinanza, non videro alcuna luce. Sostarono in un punto dove le ombre della foresta li nascondevano. In silenzio, con un’espressione impenetrabile, studiarono le mura e gli spalti. Poi, procedendo al riparo degli alberi, si portarono verso ovest, lungo il perimetro della fortezza. Il vento soffiava lugubre tra i merli e i pinnacoli, e in basso, tra gli alberi, quel suono pareva il respiro di un gigante che si avvicinava. Arrivati alla porta principale, si fermarono di nuovo. Azael, che aveva studiato in quel luogo l'uso delle proprie arti alchemiche, riferì che l'ingresso più sicuro era quello Ovest, ovvero dove il tratto allo scoperto tra il riparo della foresta e le mura era più breve, così sempre riparati dal bosco e in rigoroso silenzio, si diressero da quella parte. Kimson riuscì a vedere il cancello. I battenti erano aperti, la saracinesca alzata: il passaggio buio e spalancato ricordava vagamente una bocca immobilizzata in un grido d’orrore. A terra, accanto alla porta, c’erano alcuni corpi contorti e senza vita. Azael bevve la sua pozione di invisibilità e attraversò lo spazio vuoto tra la foresta e le mura, velocemente, di corsa, e giunto accanto ai morti, si chinò a esaminarli. Erano guardie, e a giudicare dalle ferite sembrava che fossero state fatte a pezzi da animali feroci. Il terreno su cui giacevano era impregnato del loro sangue. Impugnavano ancora le armi, e molte erano spezzate. Dovevano aver combattuto duramente. 
 
Azael sapeva che il corpo di guardia dei Druidi poteva contare su cinquanta uomini, una forza multinazionale al servizio del Consiglio. Tutti indossavano l’uniforme grigia con l’emblema della torcia ricamato in rosso, sulla parte sinistra del petto. Degli esseri terribili dovevano aver compiuto quel massacro! Non fece tempo ad entrare però che un rumore di ossa e ferraglia lo sorprese e davanti ai suoi occhi si ricomposero 8 scheletri, du cui sei armati di scimitarre e 2 di spade lunghe che subito cercarono di colpirlo nonostante fosse invisibile: chiaramente sapevano la sua posizione e due di loro andarono a segno. Azael scappò di corsa in direzione dei compagni, venendo però inseguito dai guardiani non-morti che deistettero dopo diversi metri tornando alla loro posizione originaria e decomponendosi nuovamente. I compagni di Azael avevano assistito alla scena, e quando egli tornò da loro convenirono che più che un incantesimo di difesa era all'opera una maledizione, quasi sicuramente lanciata sui difensori di Paranor dalle stesse forze oscure che li avevano trucidati. Ormai erano ad un passo dalla fortezza e bisognava entrare: quale sarebbe stato il prossimo passo degli eroi?

mercoledì 10 dicembre 2014

IN VIAGGIO VERSO PARANOR

Dopo essersi spartiti il bottino dalla vendita delle pietre preziose (2165 mo a testa) ed essersi riequipaggiati, partirono a cavallo all’alba del giorno seguente verso sud costeggiando la foresta fino all’avamposto dove avrebbero lasciato i cavalli a metà del pomeriggio per proseguire poi a piedi. Dovevano cercare di evitare il più possibile zone a rischio di pattugliamento, ed assolutamente non si poteva passare dalle pianure dello Strelehem visto che lì stazionava l’esercito nemico. I compagni presero un sentiero che li avrebbe portati a metà del giorno dopo fino alla base della foresta per poi proseguire a oriente, sulla sponda settentrionale del Mermidon. Il gruppo degli avventurieri era accompagnato dal buon vecchio soldato della guardia reale Obann, e da una cacciatrice elfa di nome Mereth. Inoltre una staffetta di 10 cavalleggeri li avrebbe scortati fino all'avamposto, e fin lì non ebbero problemi di sorta ed il viaggio fu piacevole e veloce. All'avamposto si rifocillarono, si riposarono per circa un'ora e poi ripartirono a piedi. In base alle stime di Kinsom ci sarebbero voluti dai 3 ai 4 giorni di cammino per arrivare a Paranor, passando a nord del Mermidon e valicando il Passo di Kennon sui Denti del Drago. Si fermarono per la notte stabilendo 6 turni di guardia: Kinsom, Kyras, Lupus, Mereth, Obann e per ultimo Azael.
Furono svegliati prima dell'alba dalle urla di Obann che era stato aggredito da esseri a metà tra un cane e un topo: erano 3 cani goblin! Mentre il primo combatteva con Obann, gli altri 2 si erano avventati sul resto del gruppo che stava ancora a terra intento nel svegliarsi e rendersi conto di cosa stava accadendo. Kimson venne ferito, mentre Kyras rotolando riuscì ad eludere l'attacco di una delle bestie. Quando si furono tutti ripresi dallo stordimento per il fulmineo assalto, tutti assieme contrattaccarono e subito una bestia perì sotto i colpi del ranger. Ben presto anche i rimanenti cani goblin furono trucidati, cosicchè Kimson potè dare loro un'occhiata più da vicino. I cani goblin spesso sono usati come animali da caccia dai gruppi degli esploratori, oppure come guardiani negli accampamenti goblin. Era possibile che nei dintorni vi fossero altri nemici. Osservando le tracce capirono che non ce ne dovevano essere nelle immediate vicinanze, ma il giorno dopo sarebbero andati a cercarli, visto che le orme sembravano provenire più o meno dalla stessa direzione in cui si sarebbero dovuti dirigere. E così, dopo aver seguito le tracce a ritrorso fin dopo mezzogiorno, il ranger trovò tracce di goblin, almeno una mezza dozzina, vecchie di alcune ore, che avevano fin lì seguito i cani ma che poi erano tornate indietro. E dopo circa un'ora li trovarono. Furono Kimson e Mereth, che si erano spinti poco più avanti, che videro un goblin montare la guardia mentre altri 5 dormivano raggomitolati al suolo. Il ranger fece cenno agli altri di fermarsi mentre lui, assieme ai 2 elfi, tirava fuori l'arco e incoccava. Ma Azael volle avvicinarsi ed in questo modo si fece udire dalla sentinella che andò subito a svegliare uno dei suoi compagni. Per fortuna degli avventurieri, sembrava che chi stava dormendo non avesse alcuna intenzione di alzarsi, cosicchè riuscirono a trafiggere la sentinella mentre era intenta ad abbeverarsi. In questo modo furono in grado di avvicinarsi ai goblin restanti e ad attaccarli mentre erano impreparati. Dopo un primo colpo che aveva causato serie ferite a causa di una bomba alchemica, il gruppo stava facilmente avendo la meglio sui malcapitati, e difatti 3 caddero morti quasi subito dopo i primi colpi provocando l'immediata fuga dei restanti 2. Kimson, Lupus e i 2 elfi si gettarono al loro inseguimento, e presto furono loro addosso, terminando l'opera. Dopo aver nascosto i corpi e recuperate 24 monete d'oro, ripresero il cammino. Continuarono a camminare anche dopo il tramonto, per accamparsi infine all’ombra di una macchia di ontani, in un punto abbastanza isolato, dove il Mermidon si biforcava. Il cielo si era rasserenato e splendeva di migliaia di stelle, la cui luce si rifletteva in uno sfavillio multicolore sulla placida superficie del fiume. Il gruppo si raccolse sulla riva e cenarono senza smettere di guardarsi attorno nel buio.
Al suo turno di guardia Kyras svegliò Kimson e Lupus... qualcosa si stava avvicinado dalla foresta. Kimson tese i sensi e capì che doveva essere una bestia grossa a caccia di prede e che era meglio cercare di nascondersi. Così, mentre Lupus saliva su uno degli ontani, gli altri si acquattarono ad un gruppo di rocce ai margini del fiume. Poco dopo apparve un orsogufo, una grande bestia magica nota per la sua follia e per la sua ferocia, dotata di un'ottima vista anche al buio e di un fiuto straordinario. Ma gli eroi erano sottovento, quindi difficilmente il mostro li avrebbe individuati. Così il ranger predicò calma e silenzio, e stava avendo ragione, perchè sembrava che la bestia se ne stesse andando. Quando invece l'alchimista decise di lasciare la sua posizione per arrampicarsi su un albero, e fu così che l'orsogufo lo individuò, dirigendosi verso di lui. In men che non si dica l'enorme carnivoro fu sotto l'albero di Azael e con un poderoso salto graffiò il legno proprio sotto i piedi dell'alchimista, che subito bevve una pozione di "Volare" levandosi da ogni impiccio. Purtroppo però a questa distanza giunse alle narici del mostro l'odore dei suoi compagni che non poterono far altro che accettare l'inevitabile scontro. Mentre Lupus scendeva dall'albero e Kyras si posizionava in seconda linea toccò a Kimson e ai due elfi assorbire gli attacchi del mostro. A farne le spese fu proprio il ranger che dopo essere stato colpito violentemente una prima volta, venne poi afferrato dall'orsogufo che si apprestava a dargli il colpo di grazia. A nulla sembravano servire i colpi delle bombe alchemiche che Azael lanciava dall'alto, ma l'intervento congiunto di Lupus e di Obann fece perdere la presa alla bestia, e prorpio un colpo del giovane fabbro lo fece cadere al suolo morente. Gli elfi poi si assicurarono della morte certa dell'animale, mentre Kimson e Lupus trovavano incastonate nelle sue zampe 2 gemme, una sicuramente pregiata (500 mo) e una di basso valore (50 mo). La notte ora era calda, più primaverile di quanto non lo fossero state le precedenti, e nell’aria c’era profumo di fiori, germogli ed erba. Dalle montagne scendeva una lieve brezza che faceva stormire le fronde e increspava l’acqua del fiume. Tutti i componenti del gruppo esausti per lo scontro, crollarono sfiniti per la stanchezza e caddero in un ristoratore profondo sonno.

lunedì 3 novembre 2014

LA MAPPA DI PARANOR



RITORNO AD ARBORLON


Lasciato alle spalle il passaggio del Baen Draw e l'accampamento deserto degli hobgoblin stimarono che ci sarebbero voluti almeno ancora 4/5 giorni di viagio per tornare alla capitale degli elfi.
Il primo giorno sarebbero arrivati fino ai piedi della catena montuosa del Kensrowe, la seconda tappa sarebbe stata a metà della pianura del Sarandanon, da lì fino ai margini del bosco (incrociando nuovamente l'avamposto elfico), poi un giorno e mezzo di percorrenza del bosco fino all'attraversamento del Rill Song per arrivare ad Arborlon.
Ma per prima cosa bisognava avvisare che erano in possesso della Pietra. Così inviarono un messaggio a Tay con la piuma magica chiedendogli di andare loro incontro il prima possibile. Inoltre dovevano cercare di ristabilire Kyras. Pozioni o cure non avevano sortito alcun effetto e a nessuno veniva in mente qualche soluzione, quando Lupus prese la parola e disse: "Magari basta levargli la Pietra di dosso..." e così fece mentre lo diceva. Subito Kyras ebbe un sussulto e fece una smorfia, pur restando semi-incosciente. Di contro Lupus cadde al suolo come una pera matura privo di sensi: la Pietra ne aveva assorbito tutte le energie. Ci vollero quasi tutte le pozioni di ristorare per rimettere in piedi Kyras, ma non ne avevano altre per Lupus che quindi aveva a malapena la forza di reggersi in sella.
Ripresero il viaggio verso est, in mezzo alla foschia. Con il passare delle ore, la pioggia divenne più fitta e avanzarono avvolti nella penombra di una giornata cupa e scura.
Si lasciarono alle spalle l’Innisbore e il passo di Baen Draw e si accamparono a sera in un bosco di alti abeti, in una valle ai margini del Kensrowe. Quel giorno non avevano trovato tracce di Hobgoblin, così decisero di accendere un piccolo fuoco il più possibile al riparo dalla vista.
Ma mentre Kinsom cercava legna con Azael, il ranger notò degli strani filamenti sul terreno e negli alberi che terminavano in una serie di trappole: una fossa fatta di fili di ragnatela, lacci e lance ed alcuni altri meccanismi sia a rete che a tensione.
Non fecero tempo a ritornare al campo che dai rami e dagli alberi emerse un ragno gigante, un vdova nera, seguito da una repellente creatura purpurea alta 1,80 con artigli e lame a forma di falce al posto delle braccia e con la faccia da ragno ma che camminava eretta come un uomo. Il ragno si avventò sul ranger mentre la strana creatura su Azael ed Obann.


Dopo un aspro combattimento riuscirono ad avere la meglio sulle due creature e riuscirono così a riposarsi per il resto della notte. Dormirono poche ore, mangiarono per poi proseguire.
Era tornata la pioggia, e con essa una nebbia che copriva di grigio la regione.
La nebbia e la pioggia però li avrebbero anche nascosti alla vista. Per gran parte del tempo avanzarono a piedi, portando i cavalli alla briglia, per risparmiare le loro forze ed evitare che si azzoppassero nella terra impregnata di pioggia. Stavano con i sensi all’erta per scrutare nella nebbia, preoccupati non tanto di essere scoperti dagli Hobgoblin, quanto di incappare accidentalmente in loro. Fortunatamente non incontrarono nessuno e così si accamparono in una piccola forra fitta di giovani frassini.
Si svegliarono presto all’alba e passarono verso nord lungo il letto di un ruscello, per non lasciare tracce del loro passaggio. L’oscurità li avvolgeva ancora completamente e cadeva una pioggia sottile, che presto finì. Continuarono ad avanzare nel più completo silenzio, interrotto soltanto dallo scalpiccio dei cavalli nell’acqua finchè furono di nuovo all’asciutto, sentendo il tonfo soffocato degli zoccoli sulla terra morbida.
Davanti a loro, i campi prendevano il posto delle fila di basse colline. In qualunque direzione da adesso in avanti però si sarebbero trovati allo scoperto. Cominciarono a scendere la collina in un turbine di polvere, avviandosi lungo la pianura. La parte centrale del Sarandanon si estendeva dinanzi a loro: i campi coltivati erano un mosaico di terra scura e di messi verdi. Superarono d’un balzo un canaletto e finirono su un ampio tratto erboso.
Ora si trovavano nella prateria e presto si sarebbero adentrati nella pianura vera e propria, dove era  situato l’avamposto elfico (dove era morto crocifisso Retten Kip).
Azael prese la fiala che aumentò la sua furtività, ed assieme a Kinsom andò in avanscoperta. Sentivano il fruscio degli steli di grano agitati dal vento e il profondo silenzio della prateria, con la sensazione che qualcosa era successo di recente, appena qualche ora prima. Trovarono tracce di lotta con i corpi di una staffetta elfica e di diversi hobgoblin. fecero cenno agli altri di avanzare fino ad una collinetta che li avrebbe tenuti al ripare, mentre loro avanzavano più vicino.
Quando furono nei pressi del piccolo gruppo di costruzioni che costituiva l’avamposto, osservarono meglio ciò che era successo laggiù. Il vento - poco più di una brezza leggera – soffiava verso di loro, e sentivano l’odore di morte, una sgradevole mescolanza, acre e densa, di terra e dell’olio con cui si ungevano la pelle gli Hobgoblin assieme agli aromi freschi e delicati dei tessuti elfici.
Strisciando sul terreno, raggiunsero un punto da cui potevano scorgere la stalla e il recinto dei cavalli. Non videro nessuno. Il recinto sembrava vuoto. Nello spiazzo tra gli edifici niente si muoveva. Dalla casa non giungeva alcun rumore. Non sembrava essere sopravvissuto nessuno.
Perciò procedettero carponi, dentro un fosso al limitare di un campo di grano, da cui potevano vedere la facciata della casa e della stalla. Appena Kinsom fece per avanzare nello spiazzo due giavellotti saettarono verso di lui (uno colpendolo), poi 2 Bugbear uscirono dal loro nascondiglio caricandoli brandendo le mazze.

Vedendo la scena Kyras cercò di raggiungerli il prima possibile, mentre Obann decise di restare al fianco di Lupus al riparo della collinetta, per non mettere in pericolo la Pietra.
Ancora una volta la lotta fu sanguinosa ed incerta, ma alla fine i goblinoidi superstiti furono abbattuti, e così poterono controllare adeguatamente anche ciò che restava (ben poco) all'interno dell'avamposto. Trovarono tracce di cavalli elfici, di lotta e di devastazione, e pure il corpo martoriato (o meglio quello che ne restava) di retten Kipp, abbandonato su un fianco della casa.
Era rischioso restare lì, quindi proseguirono senza perdere tempo su un territorio leggermente ondulato, lontano dalle zone coltivate e per questo coperto di erba alta.
Erano ora nella zona incolta e nelle depressioni fra i rilievi e poco più tardi, in una radura illuminata dal sole e rallegrata da fiori selvatici giunsero ai margini del bosco, mentre il sole faceva capolino sotto le alture lasciando il posto ad un rosso tramonto.
Qualcosa attirò la loroattenzione: due frecce elfiche conficcate nel terreno in modo da sostenersi a vicenda: era un segnale! Una pattuglia doveva essere nelle vicinanze.

Un elfo molto più alto e robusto della media, allampanato e dall’aria piuttosto goffa, come se rischiasse da un momento all’altro di inciampare nei suoi stessi piedi venne verso di loro. Aveva il viso caratteristico degli Elfi, ma dava l’impressione che la sua testa fosse stata attaccata al corpo sbagliato. Era ancora giovane, nonostante il portamento fece comprendere quanto fosse esperto ed erudito, con la faccia liscia e ben rasata, i capelli biondi e gli occhi azzurri, ed un largo e radioso sorriso sul volto. Indossava la veste ordinaria dei Druidi: Tay Trefenwyd era uno studioso degli elementi, delle forze che creano e distruggono, dell’equilibrio di terra, aria, fuoco e acqua nell’evolversi della vita. Dietro di lui subito si fecero vedere diversi cacciatori elfi: erano li per scortarli fino ad Arborlon. Tay li mise subito al corrente che Jerle Shannara stava per essere incoronato re e che bisognava andare subito da lui perchè la guerra incombeva e decisioni difficili ed immediate dovevano essere prese.
Scortati dai cacciatori elfi, il resto del viaggio proseguì duramente ma senza problemi fino a giungere dopo quasi due giorni ad Arborlon.

“Bremen ha avuto altre 3 visioni oltre quella della Pietra Nera. In una di queste si trovava all’interno dell’antica fortezza di Paranor, e intorno a lui c’erano soltanto morti. Non c’era più anima viva, nella rocca: tutti erano stati uccisi dal tradimento, dalla slealtà e dalla perfidia. Il castello dei Druidi era avvolto in un sudario di tenebra e la tenebra, fra le sue ombre, si muoveva ancora, sotto forma di assassini in attesa, di una forza omicida. Dietro quella tenebra splendeva però, con la sicurezza dell’oro, il lucente medaglione dei Grandi Druidi. Il pendente con l’immagine della mano levata che stringe una fiaccola accesa, il venerato Eilt Druin. Temo che sia già successo. Penso che i Druidi siano tutti morti. Spero di sbagliarmi. In ogni caso, vivi o morti che siano, dovete recuperare l’Eilt Druin, secondo la prima visione. Prese tutte insieme, le visioni mostrano che il medaglione servirà a forgiare l’arma che distruggerà Brona. Una spada, una lama con un potere particolare, un’arma dotata di una magia che il Signore degli Inganni non possa sconfiggere. Non so di che magia si tratti. So soltanto che occorre un’arma e che, a prestar fede alla visione, quell’arma è una spada. Bisogna determinare come deve essere forgiata, la magia che dovrà possedere, il potere di cui dovrà essere infusa e scoprire come renderla indistruttibile. Una sola cosa è certa: il medaglione era chiaramente visibile sul manico dell’arma. Tutto ciò potrebbe trovarsi all’interno delle Storie dei Druidi, la raccolta di volumi che si trova nella Biblioteca di Paranor. Il re Jerle Shannara andrà con Bremen e l'esercito verso est per incontrarsi con Risca e l'esercito dei nani guidato da re Rayburr: dovranno fronteggaire assieme l'esercito del Signore degli Inganni dando a voi il tempo di trovare il modo di forgiare la Spada. Nel frattempo io resterò quiad Arborlon per custodire la pietra nera e preparare le difese della città. Voi dovrete tornare a Paranor, veloci e silenziosi. Sarete accompagnati da una staffetta fino al primo avamposto, ma in seguito dovrete proseguire a piedi e solamente un paio di cacciatori vi accompagneranno: Obann e Mereth. Il gruppo deve viaggiare nascosto, senza dare troppo nell'occhio, quindi dovrete essere pochi. Lupus resterà per il momento qui e gli presterò tutte le cure necessarie per rimetterlo in forze.”
Tay proseguì:
"Il vostro primo compito è di tornare a Paranor e trovare l'Eilt Druin. E' il medaglione dei Grandi Druidi fin dai tempi di Galaphile, d‘oro, in lega con una piccola percentuale di altri metalli per irrobustirlo, incastonato in una cornice d’argento sbalzato. Raffigura una mano che stringe una torcia accesa, simbolo dei Druidi fin dall’epoca della fondazione del nostro ordine. Si dice che il medaglione è magico, ma nessuno conosce la natura della sua magia. La frase Eilt Druin è in lingua elfa e significa: “Dalla Conoscenza il Potere”. Il medaglione ora è portato da Athabasca, il Druido a capo dell'ordine. trovate lui (sperando che sia ancora vivo) e troverete il medaglione."
"Come seconda cosa dovrete trovare il modo di forgiare la Spada e di infondervi la magia del medaglione. Per fare questo occorre che nella biblioteca di Paranor recuperiate Le Storie dei Druidi e me le portiate. Al loro interno troveremo sicuramente come ciò sia possibile."
"Il vostro ultimo impegno sarà di rendere Paranor sicura ed inaccessibile. Al suo interno è celata una potente magia di protezione, sicuramente la stessa che ha intimorito l'esercito nemico facendolo evacuare. Voi dovrete ridestare questa magia, che è sepolta nelle viscere del Pozzo. Tenete questo sacchetto di polvere magica. Gliela dovrete buttare dentro e poi andatevene in fretta. La magià è già attiva e pulsante di vita propria. State attenti. E' letale! E ricordate di ciò che è apparso nella visione di Bremen: tradimento, slealtà, perfidia e ombre che si muovono nelle tenebre in attesa!"
"Azael saprà indicarvi la strada più sicura per arrivare all'ingresso Ovest, l'entrata più sicura e grazie a questa mappa guidarvi all'interno della fortezza, visto che ci è già stato in passato. Partirete domani all'alba. Re Jerle intanto fa dono a ciascuno di voi di questi Stivali Elfici e di queste 3 pozioni (cura ferite leggere, moderate e ristorare inferiore). Come daccordo gli oggetti trovati durante la vostra ricera (a parte logicamente la Pietra nera) vi appartengono: la perla del potere (1° livello: 1000 mo), la pietra magica trasparente a forma di fuso (che sostenta una creatura in assenza di cibo e acqua: 4000mo) e la Pietra del peso, detta anche Pietrafardello, alla quale come da voi richiesto ho rimosso la maledizione e che ora è un prezioso diamante nero (5000mo).

giovedì 9 ottobre 2014

TUONO SPAZIALE!!!!


I superstiti uscirono in fretta dal cortile e si affrettarono a salire la scala che portava al cratere e al lago, ma stranamente i loro movimenti erano in un qualche modo rallentati: sembravano tutti appesantiti tanto che non riuscivano a correre come avrebbero voluto.
Il rombo che si levava alle loro spalle era più forte; adesso si udiva anche lo scricchiolio delle pietre che si spaccavano e scivolavano le une sulle altre. Il passaggio era pieno di polvere, riuscivano a malapena a respirare. Dal profondo della montagna si udì un’esplosione e una grande nuvola di detriti li colpì da dietro, facendoli cadere sugli scalini. Giunsero infine all’apertura e al declivio pietroso che scendeva fino al lago, all’interno del cratere.
Davanti a loro, disposti a semicerchio in modo da bloccare ogni via di scampo, c’erano un gruupo di Goblin dietro ai loro scudi, ed uno spaventevole Ogre. I loro inseguitori erano riusciti a trovarli. Non avevano possibilità di scampo. Dietro di loro, dal passaggio, scaturì una nube di polvere, mentre una nuova serie di esplosioni scuoteva la montagna. La terra tremò sotto i loro piedi. Un’ultima reazione al crollo di Fauce Magna e alla fine della sua magia.
Era impossibile tornare indietro, non c’erano altre vie d’uscita. C’era solo quella che passava attraverso i nemici. Ritornare nel passaggio era un suicidio. L’intera montagna stava crollando, e ogni creatura intrappolata nelle sue gallerie sarebbe rimasta schiacciata.
Kimson percepì che quelli non erano gli unici nemici presenti: alla loro sinistra ce n'erano altri, mentre altri ancora attendevano dietro dei cespugli dinnanzi a loro.
In quel mentre, il portatore della pietra Kyras provò una sensazione allo stesso tempo inebriante e spaventosa: era il potere della Pietra Nera che lo stava reclamando........
Subito i goblin cominciarono ad avvicinarsi, mentre anche quelli alla loro destra uscirono dal loro nascondiglio con gli archi tesi.
Kyras provò a castare una foschia occultante, ma una salva di frecce lo colpì facendogli perdere l'incantesimo. La stessa sorte era toccata a Lupus, anch'egli ferito.
Allorchè una voce gutturale emerse dai cespugli "Dateci la Pietra degli Elfi e forse avrete salva la vita".
Un Bugbear circondato da 6 hobgoblin e da un cinghiale si fece avanti: doveva essere il comandante del distaccamento.
Astutamente Kyras fece avvicinare Lupus in modo che potesse prendere una delle pietre nere (il diamante) e lo desse a Azael in modo da farglielo consegnare ai servi del Signore degli Inganni al posto della vera Pietra Nera.
Due hobgoblin si fecero avanti per ricevere il diamante nero, ma Azael si accorse che i restanti goblin stavano serrando il cerchio attorno a loro preparandosi ad attaccare. Come lo presero infatti partì una nuova salva di frecce ed il combattimento ebbe inizio, con Azael che dopo aver tirato qualche micidiale bomba alchemica si era ritirato al coperto al fianco di Obann, lasciando Kyras e Lupus in prima linea assieme al ranger Kimson.
Ma accadde una cosa inaspettata.
La pietra Nera degli elfi sprigionò tutto il suo potere attraverso Kyras, che era come posseduto ed in stato di trance: gli occhi rivoltati ed il volto inespressivo, mentre il corpo spasimava modellato dalla pura ed incontrollata magia primordiale letteralmente sollevandosi dal terreno. Con la pietra stretta nel pugno e le energie crepitanti, dal corpo di Kyras guizzarono 26 (!!! ndr: Bel tiro Marco!) saette magiche che colpirono indistintamente amici e nemici. Lo stesso Kyras, assieme ad Azael e Kimson venne colpito, ma i danni più grossi furono per il distaccamento guidato dal Bugbear: 10 goblin giacevano morti sul terreno, mentre tutti gli hobgoblin, i 2 ogre ed il cinghiale erano stati feriti.
Iniziò quindi il vero e proprio combattimento che vedeva Obann e Azael bersagliare i nemici con frecce e bombe alchemiche, mentre Lupus e Kimson tenevano il fronte nel corpo a corpo. Intanto Kyras combatteva la sua battaglia personale con il volere della Pietra che, prima di esaurirsi, fece esplodere altre 6 saette: questa volta fu Lupus ad essere colpito, mentre vennero abbattuti il cinghiale, due hobgoblin e feriti nuovamente gli ogre.
Kyras riprese il controllo di se stesso proprio appena in tempo per curare il gruppo, in quanto il combattimento ora si era fatto davvero cruento. Kimson tenne testa all'ogre e alla fine lo uccise, mentre Lupus duellavo con un goblin e un hobgoblin. Un colpo mortale di Obann mise fine alla vita dell'altro ogre ed un'altro ancora fece barcollare il bugbear, ma alla fine fu lo stesso elfo a cadere esamine. Stessa sorte che toccò a Lupus, il quale aveva combattuto coraggiosamente, e pure a Kimson, che però dopo essersi ristabilito ingaggiò un duello con il bugbear mulinando entrambe le sue lame, dal quale uscì vincitore.
Grazie alle pozioni curative che avevano conservato riuscirono più o meno a riprendersi tutti: Obann, Lupus, Kyras e Azael, mentre Kyras era crollato al suolo prosciugato di tutta la sua energia vitale, ma almeno era ancora vivo, anche se aveva perso i sensi. Anzi sembrava quasi morto, tanto che neppure l'utilizzo di una pozione di guarigione riuscì a ristabilirlo.
Depredati gli assalitori (nel bottino diverse pietre preziose, monete d'oro e una pozione), Azael cercò di comprendere la natura delle pozioni che gli erano rimaste in dotazione, mentre Lupus notò che le armi dei nemici erano diverse dalle cianfrusaglie normalmente in dotazione a quegli esseri: erano prodotte in serie, come se ne vedevano solamente quando costruite per un esercito.
Trasportarono quindi Kyras fino ai cavalli (ne mancava uno) e cominciarono a scendere  a valle. Arrivarono al passo Baen Draw alla fine del giorno dopo, lasciandosi alle spalle le "Pinze".

martedì 30 settembre 2014

C'era una volta un bosco meraviglioso dove ogni albero non era solo una pianta, ma un essere vivente....


Mentre si accingevano ad entrare nel giardino, l'inquisitore Kurt ebbe un sussulto: "Qualcuno ha violato gli allarmi magici che avevo messo all'interno del castello... Devo andare a controllare".
E risalì lungo le scale correndo.
Intanto il chierico e il ranger decisero di inoltrarsi nel giardino. Appena vi entrarono si resero conto che al loro passaggio l'erba cresceva sfiorandoli, quasi accarezzandoli dando loro una sensazione di come se fosse viva, e più si avvicinavano al boschetto al centro, più l'erba cresceva, fin quando si resero conto che assieme a l'erba c'erano foglie, radici e liane che si muovevano impercettibilmente ma costantemente. Difatti al loro passaggio non lasciavano orme o segni: la vegetazione inghiottiva e ricopriva tutto. La cosa singolare fu che guardando attraverso al bosco sembrava che fosse molto più grande di quello che appariva dall'esterno e che ogni cosa al suo interno si perdeva in mezzo al labirinto di alberi e liane, fra la terra muschiosa e l’intreccio di foglie. Kyras provò a lanciare una luce magica al suo interno, ma dopo poco questa si perse tra i chiaroscuri della vegetazione: il chierico sentì sempre più chiaramente la magia che vi era sepolta, una magia antica, astuta e sicura di sé, radicata assai più in profondità degli alberi e delle liane che la nascondevano.
Dietro di loro nel frattempo era arrivato Lupus:
"Sono entrato nel castello e ho incontrato l'inquisitore. Sono venuto perchè ho avvistato un grosso contingente di goblin e hobgoblin che stanno risalendo il sentiero e presto saranno qua. Sono guidati da 2 esseri più grandi e brutti di loro, alti più di 2 metri e ammantati in mantelli neri dai quali spuntano delle mazze appuntite. Kurt è andato a vedere di trovare un modo per rallentarli o confonderli. Ci ha dato un pò di tempo in più".
Detto questo, e preso dall'eccitazione di tornare all'azione, il giovane fabbro si introdusse nel giardino a sua volta, seguito dall'elfo Tenerife, anch'egli desideroso di entrare in azione.
Nel frattempo, avvicinandosi sempre più al bosco, Kyras e Kimson si sentirono trattenere.... il giardino era come se li stesse ostacolando, ed entrambi notarono un movimento che proveniva dalla vegetazione: liane e radici cercavano di avvinghiarli alle cavaglie, mentre quello che sembrava un albero dalle fattezze quasi di un umano (ma più grande) emergeva dalla giungla.
Uno dei rami della creatura si protese colpendo Kyras e procurandogli serissimi danni, tanto che il chierico si vide costretto a ritirarsi immediatamente, subito seguito da Kimson.
L'alchimista Azael e l'elfo Obann entrarono nel combattimento. Azael si avvicinò per tirare una bomba incendiaria, mentre il vecchio cacciatore prese di mira la creatura con il suo arco lungo.
Il fuoco non sembrava provocare danni all'essere, mentre il bosco ricopriva ogni segno di bruciatura lì attorno quasi istantaneamente. Invece Obann piazzò qualche buon colpo e gli avventurieri compresero che la creatura poteva essere abbattuta.
Intanto Lupus, accompagnato sempre da Tenerife, stava correndo attorno al bosco per saggiarne l'ambiente. Anche loro furono ostacolati dalla vegetazione e all'elfo parve di scorgere altri di quella specie di Trent. Lupus provò anche a colpire la vegetazione, accorgendosi che questa era come se si rigenerasse istantaneamente.
Alla fine, tempestata da quadrelli, frecce e bombe alchemiche, la creatura si sgretolò lanciando un urlo sordo. Al che Lupus e Tenerife cercarono di introdursi nel bosco senza accorgersi che un'altra di quelle creature era già su di loro. Tenerife venne facilmente abbattuto, e solo grazie a Lupus che lo trascinò immediatamente via riuscì a salvarsi aiutato dalle cure di Kyras.
Gli sforzi congiunti dei compagni, dopo una dura lotta, fecero collassare anche il secondo essere.
Così si deisero ad entrare.
In ogni punto, il giardino era uguale a se stesso, profondo, segreto, avvolgente, e quando furono all'interno si accorsero che il bosco sembrava immensamente più grande di quanto appariva da fuori, tanto che solo dopo pochi passi non se ne vedeva più l'uscita!
Erano penetrati così in profondità nel giardino da avere l’impressione di essere quasi arrivati dall’altra parte, quando s’imbatterono in una massiccia concentrazione di linee di forza, in un punto dove la luce era più fioca e pareva cedere al dominio delle ombre. Laggiù alberi e liane scomparivano. Laggiù dominava il buio. Si scorgeva solo la terra nuda: in tutta l’area non cresceva nulla e la luce veniva assorbita come da una spugna. Laggiù c’era un’entità invisibile, che pulsava con l’intensità e la regolarità di un cuore, protetta da molteplici strati di magia, avvolta nello stesso potere che la nascondeva.
Lupus si avvicinò, scrutando nelle tenebre soffocanti, scivolando oltre le linee protettive.
E allora la vide.
Una specie di fontana dalla quale usciva un'acqua che cambiava colore continuamente: azzurra, rossa, verde, gialla, arancione, blu, viola e fuxia e che veniva raccolta da un recipiente che le girava attorno, senza che essa si esaurisse. Sopra questa, su un antichissimo supporto di metallo, che recava incise rune e bizzarre creature, c’erano 4 diverse gemme nere di diverse forme e lucentezza. Una di quelle era la Pietra Nera degli Elfi e aspettava. Aspettava loro.
Le rune dicevano : “Il più antico dei poteri. Ciò che vive nel giardino è composto di ciò che viveva nella fortezza. La magia li tiene riuniti quaggiù e quaggiù ha messo radici. Chi brama il potere non può resisterle. Prendete la Pietra e comprenderete l’orrore e la follia. Evocate il suo potere e perderete ciò che siete: verrete distrutti”


- una scura e levigata della forma di un diamante
- una sferica perfetta e liscia come una perla
 -una ovale nera come l’inchiostro, così impenetrabile che sulla sua superficie non si riflette      alcuna luce, opaca e priva di profondità,
 -una nero/trasparente a forma di fuso.





Mentre Kyras traduceve e analizzava le rune, Lupus prese la pietra sferica tonda in mano, e subito si sentì come un sussulto all'interno del bosco: erba, liane e radici iniziarono a crescere ai loro piedi come tutto il bosco attorno a loro. Mentre velocemente recuperavano le altre pietre dandosi poi alla fuga, vennero assaliti da altri due guardiani, uno dei quali bloccò loro la strada, mentre l'altro afferrò l’elfo più vicino (Tenerife, che tra l'altro aveva raccolto la pietra a forma di diamante), prima che riuscisse ad allontanarsi, strappandolo dai compagni e facendolo a pezzi.
Ne scaturì un combattimento furibondo e sanguinoso, tra un turbinare di lame e radici, con gli avventurieri ostacolati nei movimenti perennemente dalle piante che cercavano di bloccarli, mentre il corpo di tenerifa spariva inghiottito dalla vegetazione, ma non prima che Kyras reuperasse la pietra in suo possesso. Azael aveva in custodia quella ovale nera opaca, mentre quella che aveva Kimson (a forma di fuso nero trasparente) prese vita iniziando a ronzargli attorno, quasi che fosse un suo satellite.
Dopo aver abbattuto (a fatica) entrambi i guardiani a Kyras e Obann vennero in mente le parole di Tay, un avvertimento sul fatto che solo qualcuno con sangue elfico doveva trasportare la Pietra Nera.
Kyras voleva darle a Obann, ma questi disse che il suo compito era quello di proteggerne il portatore e non di esserlo lui stesso.
Così, mentre chi poteva riempiva qualche ampolla con quella strana acqua che cambiava colore (Lupus una rossa, Kimson una fuxia e una blu, Azael una rossa, una verde e una fuxia), il chierico mezzelfo prese in consegna tutte le pietre nere, fatta eccezione per quella del ranger che sembrava fosse impossibile recuperarla mentre continuava a girargli vorticosamente attorno.
Nel momento in cui la sua mano si chiuse sulla Pietra Nera, sentì le linee di potere vibrare in reazione alla sua presenza, le sentì tendersi e ronzare prima che scattassero.
Cercò di tirarsi indietro, di sfuggire al pericolo, ma non c’era possibilità di fuga.


La sentinella che non erano riusciti a identificare, l’entità che viveva nelle rovine di Fauce Magna, prese improvvisamente, orribilmente forma. Quando l’entità si svegliò, la terra ebbe un sussulto: le liane che crescevano in tutto il giardino - e che fino a un momento prima pendevano flaccide - scattarono verso di loro e divennero le spire mortali contro cui li avevano messi in guardia. S’infilarono come serpi negli spazi tra gli alberi, pronte a colpire. La magia le spingeva, le animava, e capirono subito cosa fossero. Gli si avvinghiarono sulle gambe e sulle braccia, sul corpo e sulla testa, a decine, provenienti da tutte le direzioni. Si strinsero e cominciarono a stritolarli.
Poi roteando vorticosamente si fusero in un’unico essere che avanzò verso di loro: il giardino si agitava freneticamente, come un oceano dalle intenzioni mortali da cui era impossibile sfuggire.
Subito si diedero alla fuga mentre sembrava che tutto il bosco cercasse di afferrare Kyras per riprendersi quello che gli apparteneva. Lo stesso Kyras sentì che una forza spingeva sulla sua volontà per prendere il controllo: era la pietra nera, viva e ricolma di un'antica magia pulsante che cercava di imporsi e sopraffarlo.
Azael cercò di rallentare il gigantesco essere, ma le sue bombe alchemiche sembravano non sortire alcun effetto. Così presero a scappare ancor più velocemente, finchè si ritrovarono nuovamente all'interno del giardino. Come uscirono dal boschetto le linee di potere si spezzarono e il giardino impazzì. Liane e alberi balzarono verso di loro con una tale forza da strapparsi quasi dal terreno. Cercarono di afferrare la Pietra Nera e coloro che avevano profanato quel luogo. L’ondeggiante massa di liane li sferzava, si avvinghiava a loro e cercava di riportarli all’interno, nelle profondità tenebrose: li voleva afferrare e fare a pezzi!
Gli avventurieri si lanciarono di corsa verso le scale, le raggiunsero e cominciarono a salire di corsa. Tutt’intorno a loro sentivano spezzarsi le linee di potere. La magia del giardino si stava consumando. Il furto della Pietra Nera degli Elfi aveva causato un danno irrimediabile nelle profondità della forza vitale di Fauce Magna: la rete che la teneva insieme si era strappata irreparabilmente.
Sotto i piedi, sentivano la terra fremere. Il castello stava crollando!
Senza fermarsi, ripercorsero i passaggi bui, le sale e i corridoi vuoti, diretti alla stretta apertura per cui erano entrati. Quando uscirono dal castello e attraversarono il cortile per dirigersi verso il muro di cinta e la porta da cui erano entrati, pareti e soffitti cominciavano a crollare.

sabato 21 giugno 2014

LA FAUCE MAGNA


Stavano per scendere quando furono sorpresi da una voce che giungeva alle loro spalle:
"Non così in fretta!"
Voltandosi videro due figure, un elfo cacciatore e un umano. Il primo era il cugino di Preia Starle, Tenerife, mentre il secondo era un inquisitore di nome Kurt, che l'alchimista Azael aveva già avuto modo di conoscere a Paranor, in presenza di Tay Trefenwind e dello stesso Bremen.
Raccontarono di come fossero stati mandati per portare il loro contributo alla spedizione e che avevano visto il corpo martoriato di Preia trasportato da un gruppo di esploratori hobgoblin.
I servi del Signore degli Inganni erano ancora sulle loro tracce e presto li avrebbero trovati.
Poi dissero che seguendo le loro tracce avevano incontrato il giovane Lupus che li aveva indirizzati sul cammino percorso.
Fatte le presentazioni, Kinsom continuò a toccare le piastre metalliche, una dopo l’altra, illuminando la scala. Continuarono a scendere per parecchi minuti. Non scoprirono alcuna traccia di vita umana, anche se l’iscrizione al di sopra dell’ingresso faceva pensare che ce ne fosse. Non scorsero tracce del passaggio di altre persone: almeno, non tracce recenti. Tuttavia, nonostante questo, ebbero la netta impressione di essere sorvegliati e valutati, come se qualche entità paziente e inesorabile fosse in attesa del loro arrivo.
La scala terminava davanti a una massiccia porta di ferro.
Non si scorgevano catene o chiavistelli e non era custodita dalla magia. Sul suo architrave arrugginito si leggevano le parole FAUCE MAGNA, scolpite nella pietra: solo quelle due parole, non l’intera scritta che avevano letto sopra l’imboccatura del passaggio.
Inginocchiato a terra, il ranger esaminò il pavimento davanti alla porta, poi si alzò e scosse la testa. Da molto tempo nessuno era passato per quella porta. Così la tastò,  come la parete attorno a essa, ma non trovò nulla.
Fece un passo avanti, afferrò la pesante maniglia di ferro e provò ad abbassarla. La maniglia ruotò senza difficoltà, la serratura scattò e la porta si aprì verso l’interno, perfettamente bilanciata. Dall’apertura filtrò una luce lattiginosa che vibrava in modo irreale, come se passasse attraverso un vetro bagnato dalla pioggia. Davanti a loro c’era un’imponente fortezza.

LA “FAUCE MAGNA”
I blocchi di pietra erano così antichi che gli angoli erano smussati e la superficie lucida e consumata, coperta di crepe e di ragnatele. Era una costruzione meravigliosa, con mura e torri, parapetti sporgenti e archi rampanti, ponti sottili e scale a chiocciola che facevano pensare a un arazzo intessuto al telaio. Il castello s’innalzava a perdita d’occhio, le sue parti più alte risultavano invisibili. Era circondato da montagne: i pochi tratti di cielo che si riuscivano a scorgere erano coperti di foschia. Sui monti cresceva una ricca vegetazione, con rami e liane sporgenti che parevano protendersi verso il castello: formavano una sorta di baldacchino di foglie, che filtrava la luce e le dava le caratteristiche liquide che avevano notato.
Attraversarono la porta e si trovarono in un ampio cortile che si allargava ai lati e verso il corpo centrale del castello. Solo allora compresero di avere alle spalle il muro di cinta del castello, che ormai erano a ridosso delle pareti di roccia dei monti. Guardando le mura, stupiti,  compresero che col passare del tempo le montagne si erano spostate, stringendosi attorno all’antica fortezza finché le sue pietre non avevano cominciato a cedere e a fessurarsi. Palmo a palmo, le montagne si riappropriavano del territorio su cui era stata costruita la fortezza, e un giorno sarebbero riuscite a schiacciarla definitivamente.
Avanzarono tutti nel cortile, guardandosi attorno con circospezione. L’aria era pesante e fetida, e puzzava di palude e di fiori marci: uno strano odore, per un luogo situato all’interno delle montagne.
Kinsom rifletté che avevano percorso un lungo tratto in discesa: forse erano vicini al livello del mare. Sollevò lo sguardo verso la vegetazione che copriva la parete dei monti e sporgeva dal muro di cinta. L’umidità che stillava dalle foglie era quasi pioggia: sentì le goccioline colpirgli la faccia. Poi studiò le porte e le finestre del castello, che sembravano orbite vuote e scure. Rimanevano soltanto i serramenti di metallo, perché il legno si era polverizzato. L’umidità aveva aggredito anche la pietra e la calce, consumandole e sbriciolandole.
Si avvicinò alla torre più vicina e passò la mano sulla pietra. La superficie si sgretolò come se fosse di sabbia. L’antica fortezza, Fauce Magna, dava la spiacevole impressione di poter crollare da un momento all’altro. Non percepirono alcun male in quel luogo ma avevano continuamente la sensazione che una forza primordiale risiedesse in quel luogo.
Avanzarono all’interno della fortezza vera e propria, entrarono dalla porta centrale e si trovarono in un lungo corridoio.
La fortezza faceva pensare a una tomba. L’ombra gravava su ogni cosa, come una cappa di velluto odoroso di muschio. La polvere che si levava al loro passaggio formava una nube nell’aria. L’arredamento che in passato abbelliva il castello era in briciole. Rimaneva soltanto qualche scheggia di metallo e qualche pezzo di tessuto. Dalle pareti sporgevano i chiodi che un tempo reggevano arazzi e quadri. Un tempo, artisti e artigiani avevano lavorato qui, ma nessuno dei loro prodotti era sopravvissuto. Le stanze che si aprivano sui corridoi erano saloni vasti e regali oppure vani piccoli e raccolti, tutti privi di vita. Una parte del corridoio era occupata da file di panche; quando uno di loro posò la mano su una di esse, si ridusse in polvere. Nelle nicchie si scorgevano mucchi di frammenti di vetro. A terra c’erano armi spezzate e inutili, mucchietti di legno marcio e di metallo arrugginito. Il soffitto era nascosto dietro una fitta nube di oscurità, le finestre li fissavano come orbite cieche e vuote. Tutto taceva: il silenzio di una tomba.

Incontrarono una rampa di scalini che scendeva a spirale attorno a quella che doveva essere una grande sala circolare.
• Per qualche tempo si udì soltanto il rumore smorzato dei loro piedi sul pavimento coperto di polvere, e (UN PG) ebbe di nuovo l’impressione di essere osservato. La sensazione era assai più forte, questa volta, più precisa. L’entità che abitava nel castello era vicina.
Arrivati in fondo al corridoio trovarono un'apertura su delle stanze e una porta.
Come tenerife entrò nella stanza sentirono un "click" ma non trovarono traccia di meccanismi nel pavimento. Quel che videro fu invece una vecchia scritta in elfico sulla parete a nord in mezzo a 2 mani: una sorreggeva un pugnale, l'altra una torcia. La scritta diceva:
"Se mi cerchi non mi vedi, mi trovi solo al calar del sole, ma anche se non sai dove sono, molti hanno paura di me. Chi sono?". (La risposta era "L'oscurità".)
Notarono che una buona parte del pavimento era come "vuota" sotto i loro piedi, così si legarono fra di loro. Quando Kyras scoprì che le 2 mani erano leve, le tirò contemporaneamente facendo scattare assieme 2 meccanismi: uno fece aprire una porta segreta proprio sotto la scritta, l'altro fece scattare la trappola e il pavimento cedette, ferendo il chierico. Dalla nicchia recuperarono 2 pugnali d'argento e un portapergamene in argento, con dentro 3 pergamene.
Qualcuno provò a raggiungere la stanza adiacente, dove c'erano vecchie fontane che raffiguravano divinità elfiche neutrali del passato, ma visto che l'operazione risultò abbastanza rischiosa, si concentrarono sull'altra stanza a sud. Qui trovarono una porta con una serratura particolare. Convennero che non si poteva aprire senza una chiave.
Così passarono al lato est della fortezza. Entrati dalla porta si trovarono in un'armeria, dove ogni oggetto risultava però inutilizzabile. Nell'apertura a sud trovarono quelle che erano le stanze adibite agli abitanti della fortezza ed in fondo al corridoio una porta con incisa sopra un'altra frase in elfico che sovrastava una specie di simbolo a forma di clessidra
"Può camminare ma non vivere, volare ma non planare, può uccidere e può mutare, ma non può far del male" (La risposta era "Il tempo".)
Girarono la clessidra e una porta girevole si parì rivelando un laboratorio alchemico in disuso. Notarono però un baule in un angolo a sud e subito l'alchimista vi si avvicinò. Incautamente, e preso dall'eccitazione, lo aprì facendo scattare un getto di acido che lo ferì. Al suo interno diverse pozioni (8 cura ferite leggere, 4 ristorare inferiore), diversi sacchetti con varie polveri, 4 fiale con diversi elisir e una scatola di argento intarsiata d'oro in stile elfico che conservava una chiave particolare.
Uscirono dalla stanza per andare ad esaminare il corridoio di nordest. Il ranger scoprì una porta segreta che portava ad una fucina. Anche qui un baule contenente diverse armi perfette e tutte in stile elfico antico che si erano conservate splendidamente a differenza di tutte le altre della fortezza.
Gli elfi e qualcun altro le presero, altri invece agitati dall'ammonimento dell'iscrizione di non prendere e toccare niente non se la sentirono, anzi decisero di riportare a posto anche le altre cose rinvenute. Ma quando arrivarono nel laboratorio alchemico trovarono la porta chiusa, come se fosse stata "a tempo".
Proseguirono con la volontà di utilizzare la chiave per aprire la porta chiusa a ovest e così facendo si trovarono in una stanza vuota che introduceva ad un corridoio buio. Al suo ingresso un'altra iscrizione elfica:
"Solo il penitente potrà passare".
Si infilarono tutti carponi nel corridoio quando ad un certo punto, nell'oscurità, sentirono un rollio e un meccanismo che si attivava ed enormi lame taglienti roteargli sopra la testa. Rimasero illesi arrivando al termine del corridoio, trovandosi davanti la statua di una divinità elfica neutrale. Sotto di essa ancora un'iscrizione:
"La parola di Dio: solo sulle orme di Dio egli potrà procedere".
E qui si apriva una stanza con un pavimento fatto di blocchi di marmo con incise delle lettere, al termine della quale c'erano 2 scale (una che scendeva e una che saliva).
Alcuni si ricordarono che la divinità elfica neutrale era NETHYS, così procedettero sui blocchi che formavano quel nome, arrivando incolumi alle 2 scale.
Ovviamente quella che saliva (al pari delle altre che avevano trovato) era pericolosa ed instabile e portava ai torrioni pericolanti
L'altra rampa di scalini scendeva a spirale attorno a quella che doveva essere una grande sala circolare. Per qualche tempo si udì soltanto il rumore smorzato dei loro piedi sul pavimento coperto di polvere, ed ebbero di nuovo l’impressione di essere osservati. La sensazione era assai più forte, questa volta, più precisa. L’entità che abitava nel castello era vicina.

IL GIARDINO INTERNO


Giunti in fondo alla scala, scorsero un cortile illuminato da una luce diffusa, simile a quella di una giornata coperta. Come notarono subito, le ombre erano bruscamente scomparse, e così l’odore di muffa e di aria stagnante. Sul pavimento del cortile sotterraneo non si scorgeva traccia di polvere.
In mezzo al cortile c’era un giardino.
Era ancora visibile il vialetto che gli girava attorno, pavimentato di pietre e piastrelle smaltate i cui colori parevano vibrare, tanto splendevano. Il giardino era di forma rettangolare. Nella parte più esterna c’erano soprattutto fiori multicolori, di una varietà che non avevano mai visto, mentre la zona centrale era occupata da un boschetto di alberi alti e sottili, dal tronco curiosamente maculato e dalle foglie verdi e lucide, talmente coperti di rampicanti da costituire un unico, indissolubile intreccio. Un giardino!
Quasi senza pensare, scesero gli ultimi scalini e si avviarono verso il giardino.
“Ricordate!La visione diceva che la Pietra è difesa. Forse la sua difesa è questo giardino, o qualcuno che vive al suo interno.” furono le parole che vennero loro in mente.
Alzarono gli occhi verso l’intreccio di rami e liane, cercando di scoprire la natura del pericolo che percepivano. Le foglie si agitarono per in istante, come mosse dal vento, ma non ci furono altri movimenti. Gli alberi alti e sottili, le liane, le foglie verdi e lucide, il terreno su cui crescevano. Tutto taceva, immobile.
Iniziarono lentamente, con cautela, a esaminare il perimetro del giardino. Il vialetto lastricato era ampio e senza ostacoli, per cui erano in grado di guardarsi ai fianchi e alle spalle. Il giardino era largo più di un centinaio di passi e lungo trenta o poco più, e il suo aspetto non cambiava, da qualsiasi lato lo si guardasse: gli stessi fiori ai bordi, alberi e liane al centro. Non c’erano sentieri, non si scorgevano altre forme divita. E non si vedeva la Pietra Nera.
Kyras e Kurt dissero: “Deve essere in qualche punto di quel labirinto di giungla”.

venerdì 6 giugno 2014

Lontan sui monti fumidi e gelati, in antri fondi, oscuri e desolati.....


Kinsom: “Formazioni di monti, in particolare, con due cime che assomigliano a dita alzate, ne avrò viste dieci o dodici.
”
Lupus: “Adesso ricordo! Almeno, mi sembra. La mia memoria non è davvero molto buona. Le due cime gemelle che formano una V sono chiamate Le Pinze, un terzo passaggio verso le Pianure di Hoare. Nei monti a nord del Worl Run, dove la massa è più impenetrabile. Ma non c’è alcun passo, da quelle parti, che io ricordi. Però ricordo quella forma zione. Sì, adesso la ricordo!”



8° GIORNO: SALITA ALLA PRIMA CATENA DI MONTI E RICORDO DE “ LE PINZE”


Una volta che a Lupus fu tornata alla memoria il nome della catena montuosa, la compagnia ripartì all’alba, diretta a nord verso il Worl Run.
Preia Starle era tornata durante la notte riferendo che non c’era traccia di inseguitori nelle vicinanze. Gli Hobgoblin li stavano ancora cercando, ma avrebbero avuto difficoltà a trovarli su quelle montagne, dove le tracce tendevano a scomparire in mezzo alle pietraie e ai passaggi tortuosi. Con un po’ di fortuna, non sarebbero stati scoperti finché non avessero trovato ciò che cercavano. Cavalcarono verso nord per il resto della giornata senza scorgere gli inseguitori, procedendo lungo una serie di profonde vallate che serpeggiavano fino al passo del Worl Run. Quella notte si accamparono su un alto pianoro da cui si scorgevano il passo e le valli che portavano al Sarandanon: erano ormai vicini alla formazione a V soprannominata “Le Pinze”.



9° GIORNO: FINALMENTE “ LE PINZE”

Ripartirono all’alba e verso mezzogiorno arrivarono alle Pinze. Le riconobbero subito, basandosi sulla descrizione di Tay Trefenwyd. Le cime formavano una netta V sull’orizzonte, e tra l’una e l’altra si stendeva un ammasso di cime più basse, consumate dal tempo e dalle intemperie e quasi del tutto spoglie, a parte qualche macchia di abeti e di ontani e qualche pascolo coperto d’erbae fiori selvatici. Al di là della formazione, in mezzo alla spaccatura della V, si scorgeva una parete che la nebbia rendeva irriconoscibile.
Cacciarono per procurarsi il cibo (Lupus sorprese tutti con la sua abilità).
Azael si fermò ai piedi del passo che portava alle cime gemelle e smontò di sella. La giornata era chiara e luminosa, le nubi gravide di pioggia si erano spostate più a est, in direzione del Sarandanon. Sentivano sulla faccia i raggi del sole, caldi e rassicuranti, mentre guardavano il grande ammasso di rupi e pietraie chiedendosi quali segreti nascondesse.
“Lasceremo i cavalli qui” si accordarono Preia e Azael “e proseguiremo a piedi.”
Sorrisero nel vedere l’espressione degli altri “In qualsiasi caso, non potremmo fare ancora molta strada a cavallo. Dovremmo lasciarli nel passo, visibili ai nostri inseguitori. Lasciandoli adesso, invece, possiamo nasconderli in mezzo agli alberi. Può darsi che dobbiamo fuggire di corsa, prima che tuttosia finito.”
Si accense un dibattito quando proposero che Lupus restasse con gli animali, ma gli fecero notare che c’era il rischio di dover cambiare nascondiglio se gli Hobgoblin si fossero avvicinati troppo, e che forse chi rimaneva doveva poi portar loro i cavalli, in caso di attacco.
 Con riluttanza, annuì, prese le redini degli animali e si allontanò dal passo lungo il sentiero tra le rocce che portava alla spaccatura tra le due Pinze.

Ora li aspettava una arrampicata sulle rocce per il resto della giornata.
 La compagnia era stanca di essere inseguita, di dover correre e nascondersi, di dover sfuggire alle imboscate, di perdere il sonno e delle lunghe ore di viaggio. Da più di una settimana non mangiavano regolarmente perché non erano loro giunti i previsti rifornimenti, ed erano stati costretti a nutrirsi di ciò che riuscivano a cacciare durante la fuga. Ed ora la strada si faceva in salita.
Dovettero superare una serie di pareti scoscese. Già nella prima (la meno impegnativa) Azael e Kyras scivolarono ferendosi, tanto che furono poi penalizzati anche nelle successive arrampicate (e lì capirono per quale motivo Preia e Obann avevano lasciato le armature sui cavalli).
La salita continuò faticosamente e dovettero pure fare a meno del rampino di Kinsom che andò perso quando Azael (nonostante avesse preso una pozione transmutagena) scivolò nuovamente perdendolo. Al tramonto giunsero all’imboccatura del passo esausti e si accamparono in un rado boschetto di ontani. Era freddo, lassù, ma non tanto. La roccia pareva conservare il calore della giornata, forse perché di lì si scendeva in una valle che si stendeva da est a ovest. Mangiato qualche boccone, ma ancora con una buona riserva d’acqua, si avvolsero nelle coperte e dormirono senza essere disturbati, stremati per la dura giornata.


10° GIORNO: IL SENTIERO TRA LE ROCCE FINO AL MASSICCIO SIMILE A DITA DI UNA MANO

All’alba si rimisero in marcia. Il sole illuminava il loro cammino sollevando lunghi pennacchi di nebbia.
 Preia Starle li precedeva, esplorando il terreno a qualche centinaio di passi dal gruppo e avvertendoli degli ostacoli e dei sentieri praticabili. Quando uscirono dalla valle e si lasciarono alle spalle le due cime gemelle, si trovarono bloccati da un massiccio che pareva formato di grandi strati di roccia frantumati e raccolti dalle mani di un gigante. Ancora più avanti si levava la Catena di Confine: le sue cime spezzate, unite a casaccio dalle stesse mani di gigante in base a un criterio incomprensibile, parevano attendere che qualcuno venisse a rimetterle in ordine.
Azael e Kinsom trovarono a sinistra, ai piedi del massiccio, dopo quasi un miglio, un sentiero che saliva in mezzo alle rocce.

Si arrampicarono sulle rocce, evitando i crepacci che si aprivano improvvisi davanti a loro e cadevano a perpendicolo nell’ombra, tenendosi lontani dal ciglio dei precipizi e dalle salite ripide, perchè chi scivolava era perduto!.

In cima al massiccio trovarono una stretta gola serpeggiante, a malapena distinguibile dal terreno circostante, che scendeva verso una nuova parete di roccia. La percorsero con cautela, preceduti da Preia che passava agilmente dalle macchie di luce a quelle d’ombra, e un attimo era visibile e l’attimo successivo spariva. Quando la raggiunsero, era ferma all’uscita della gola e fissava i monti davanti a lei. Si voltò verso i compagni, e la sua eccitazione era perfettamente visibile. Indicò dinanzi a sé, e il gruppo scorse i pinnacoli di roccia che s’innalzavano ad angoli assurdi, circondati alla base da un’ampia distesa di rocce sgretolate dal tempo. Simili a dita strette insieme, serrate a formare un’unica massa. 
Era il riferimento cercato, la parete di roccia che nascondeva al suo interno un castello dimenticato che custodiva la Pietra Nera.
Ma Kyras e Kinsom non poterono gioire con lei restando scioccati quando videro un puma che si stava gettando su di lei. Cercarono di avvisarla urlandole un avvertimento, ma l'elfa non fece in tempo ad evitare il leone di montagna che l'assaliva. Il puma le fu addosso avvinghiandola e i due ruzzolarono pericolosamente vicino al crepaccio. Preia era riuscita a sfoderare il coltello e colpiva ripetutamente il felino mentre Kinsom e gli altri correvano in suo aiuto. Ad un certo momento Preia, pur gravemente ferita, era riuscita a liberarsi, ma purtroppo sia Obann che Kinsom non riuscirono a colpire il Puma. Solo Azael lo ferì scagliando la sua lancia corta. Ma il puma, inferocito, si gettò nuovamente su Preia, straziandone le carni con zanne e unghie. In una disperata carica Obann si gettò nuovamente sulla bestia ferendola, ma il colpo la sbilanciò. Così l'animale precipitò nel crepaccio, portandosi dietro il corpo esanime di Preia, perdendosi nell'ombra.
Obann e Azael furono profondamente scossi da quanto accaduto, soprattutto l'elfo che rimase in preda al panico per il resto della giornata e della nottata.
Ma tutti fecero fatica a dormire quella notte...

11° GIORNO: RICERCA INFRUTTUOSA DEL PASSAGGIO: CRESCE L’IRRITAZIONE
A quel punto si trovarono in grave difficoltà. Bisognava trovare il passaggio tra le rocce che permettesse di accedere al castello ed avevano perso il loro cercatore migliore. Nella massa di rocce, macigni e lastre di pietra si scorgevano decine di aperture, che però non portavano da nessuna parte.
 Lentamente, con scrupolo, esplorarono ogni passaggio, per trovare ogni volta una parete di roccia o un crepaccio che impediva di proseguire. La ricerca proseguì pe tutto il giorno, ma non trovarono nulla.
 L’irritazione crebbe. Aver fatto tanta strada, a un costo così elevato, e trovarsi bloccati era insopportabile. Avevano la fastidiosa impressione che rimanesse poco tempo, che il pericolo si stesse avvicinando da est, con gli Hobgoblin che proseguivano la ricerca; la speranza perdeva attrattiva e subentrava la delusione.

12° GIORNO: INGRESSO ALLA “FAUCE MAGNA”

Anche se l’area era un vasto dedalo ne avevano setacciato gran parte e tutti avevano l’impressione che il castello doveva essere nascosto in qualche modo che non avevano preso in considerazione.

Kyras si alzò prima dell’alba e andò a guardare le grandi rocce frastagliate: un po’ per la frustrazione e un po’ perché sentiva il bisogno di studiarle in una condizione diversa dalle precedenti. Si sedette sotto un’alta rupe affacciata verso ovest e osservò le rocce illuminarsi progressivamente a causa della luce che giungeva da dietro le sue spalle, il grigio della notte trasformarsi nell’argento e nell’oro del nuovo giorno. Guardò i raggi scendere lungo il fianco dei monti e delle rupi come una macchia di vernice su un pannello di legno, facendo risaltare ogni particolare di ogni monte.
E a quel punto vide gli uccelli.

Erano grandi, spigolosi, bianchi: uccelli marini, a molte miglia dal più vicino corso d’acqua, e uscivano da una spaccatura della roccia, parecchie decine di braccia al di sopra della sua testa. Gli uccelli comparvero tutti insieme, almeno quindici o venti, e si allontanarono verso est, incontro al nuovo giorno. Che cosa ci facevano, si chiese subito Azael, tanti uccelli di mare fra quei monti brulli?

Impiegarono alcune ore per raggiungere la spaccatura da cui erano usciti gli uccelli. Non c’era un percorso diretto e il sentiero che furono costretti a seguire si snodava faticosamente sulla parete di roccia, costringendoli a innumerevoli giravolte oltre che a prestare la massima attenzione a dove mettevano i piedi.
Kinsom, che morta Preia ora guidava la salita, arrivò per primo e sparì all’interno della montagna.
 Quando gli altri furono arrivati alla piccola sporgenza di roccia davanti all’apertura, il ranger era già di ritorno con la notizia che esisteva un passaggio.
Entrarono uno alla volta.
 Poco dopo le pareti del passaggio cominciarono a stringersi, il calore del sole lasciò il posto all’ombra e all’umidità, la luce svanì. Presto anche la volta cominciò ad abbassarsi e la poca luce rimasta era quella che penetrava dalle fessure che si aprivano nella roccia ogni pochi passi.
  I loro occhi si abituarono al buio e cominciarono a scoprire piume bianche, rametti e fili d’erba probabilmente trasportati dagli uccelli che volevano farsi il nido; i nidi stessi, naturalmente, dovevano trovarsi più avanti, dove c’era più luce e aria. Proseguirono.
 Dopo qualche tempo, la galleria si abbassò ulteriormente e tutti furono costretti a chinare la testa. Poi incontrarono una biforcazione.

Kinsom disse loro di aspettare e si diresse a destra.
 Tornò dopo parecchi minuti e indicò ai compagni l’altro passaggio. Nel frattempo, in mezzo alle piume degli uccelli, Azael trovò una Piuma Incantata (uccello).
Dopo un breve tratto, la volta si alzò e tutti poterono riprendere a camminare normalmente.

 Davanti a loro, apparve la luce: l’uscita era vicina. Dopo una cinquantina di passi si trovarono all’aperto, in riva a un ampio lago. La sua presenza era così inattesa che tutti si fermarono a guardarsi attorno. Erano in un ampio cratere, e la superficie del lago era assolutamente immobile: non si scorgeva la minima onda. In alto, il cielo era del tutto privo di nuvole e la luce del sole riscaldava l’interno del cratere.



Le acque del lago riflettevano in tutti i particolari le pareti di roccia che le circondavano.


Kinsom osservò le pareti del cratere e scorse i nidi degli uccelli, nascosti tra le rocce. Nessun uccello era visibile. Entro la barriera di montagne e sulla piatta superficie del lago, nulla si muoveva: il silenzio era assoluto e fragile come vetro.

Avanzarono lungo la riva del lago. Il terreno era composto di frammenti di roccia e di grosse lastre di pietra, e lo scricchiolio dei loro stivali echeggiava sinistro nel silenzio: Kyras percepì che in quel luogo era attiva una potente magia, antica come il tempo e altrettanto radicata. Proteggeva il cratere e il suo contenuto.


Proseguirono lungo la sponda del lago, senza scorgere segni di vita e senza vedere altro che rocce e acqua. Il sole era salito al di sopra dei monti e splendeva a picco su di loro, bruciante in mezzo al cielo turchino. Non potevano alzare gli occhi senza rimanere abbagliati, ed erano costretti a guardare in terra. Fu allora, con l’avvicinarsi del mezzogiorno, che Kyras notò l’ombra.
 Si era allontanato dalla riva ed era salito sulle rocce, per poter osservare la sponda opposta senza essere abbagliato dal riflesso del sole sull’acqua. Nel guardarsi attorno alla ricerca del punto d’osservazione più adatto, notò il modo in cui il sole proiettava l’ombra di una sporgenza rocciosa, attraverso tutto il lago, fino alla parete di fronte, a parecchie centinaia di passi da lui. L’ombra copriva tutta una striscia verticale di parete fino a una stretta apertura e lì si fermava. Qualcosa, al di sopra dell’apertura, attirò il suo sguardo.
Vi si recarono immediatamente.
Ciò che trovarono, scolpita nella roccia, era un’iscrizione.
Q ualche minuto più tardi, tutti guardavano in silenzio le parole incise in alto nella roccia. La scritta era antichissima, indecifrabile. I caratteri erano quelli degli Elfi, ma le parole erano sconosciute. La scritta, poi, era talmente consumata da risultare quasi illeggibile.

“QUESTA E’ LA FAUCE MAGNA. NOI VIVIAMO ANCORA. NON TOCCATE NULLA. NON RUBATE NULLA. LE NOSTRE RADICI SONO PROFONDE E ROBUSTE. ATTENTI!”

Sotto di essa un’apertura buia. 
Dopo alcuni passi, l’apertura si allargò fino a divenire un corridoio, alto più di un uomo e largo a sufficienza perché vi si potesse camminare affiancati. Da questo si passava a una rampa di scale che scendeva verso un buio talmente fitto che non si riusciva a vedere dove portasse.


Scesi i primi scalini, Kinsom, che conosceva bene i dungeon, si mosse a tastoni e sentì sotto le dita, sulla parete, una piastra di metallo. Quando la toccò, la piastra s’illuminò di una pallida luce fredda e giallastra.
 Il ranger fissò con sorpresa la piastra. La luce rivelò un’altra piastra, a qualche scalino di distanza, proprio ai margini della zona illuminata. Kinsom la raggiunse, vi posò la mano e anch’essa s’illuminò. Ora non restava che proseguire.