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giovedì 14 maggio 2020

Il ritorno di Chris Claremont


Altro articolo preso da lospaziobianco.it, questa volta un approfondimento sul mio sceneggiatore prefertito: Chris Claremont. L'articolo, così come la storia editoriale del beneamato, non è aggiornato, ma d'altronde anche io sono rimasto una trentina di anni indietro, quindi poco male... Propone però alcuni spunti e riflessioni sul fumetto americano che mi sono parsi interessanti!

PRIMA UNA RIFLESSIONE SULLE REGOLE
Il fumetto seriale statunitense ha le sue regole. Alcune di esse sembrano essere immutabili nel corso dei decenni, altre si modificano in relazione ai cambiamenti culturali ed editoriali delle diverse epoche.
Alcuni lavori impongono regole proprie, anticipando alcuni mutamenti in atto, e diventano dei punti di riferimento per l’intero settore. Uno di essi è stato, senza dubbio, Uncanny X-Men della gestione Claremont.
Provo a riassumere in modo estremamente sintetico alcune delle regole che la serie ha imposto sul mercato:
  • ·         continuità stretta e progettata con anni di anticipo;
  • ·         evoluzione psicologica dei personaggi, secondo un movimento narrativo tipico delle soap opera;
  • ·         cambiamento costante degli equilibri strutturali alla serie, sostenuto da un impianto di fondo costante e riconoscibile;
  • ·         costruzione di climax narrativi funzionali a shoccare i lettori;
  • ·         allargamento “a macchia d’olio” della presenza dei concept di fondo della serie e dei suoi personaggi all’interno dell’intero mondo editoriale Marvel (per capitalizzare il più possibile il successo della serie, attraverso miniserie, spin-off e cross-over).

Uncanny X-Men non è stata pioniera su tutti questi temi, ma per anni ha rappresentato una delle massime espressioni e, senza dubbio, la serie di maggiore successo all’interno di questi parametri.
La cosa che credo sia importante evidenziare da subito, è che la testata impone tali regole in funzione del suo successo e che, contemporaneamente, tali regole sono la condizione essenziale per il successo stesso. Insomma, un meccanismo virtuoso che si auto-alimenta fino a far diventare la serie di Chris Claremont il successo editoriale più clamoroso e longevo della storia moderna dei comics di supereroi.

IL CAMBIAMENTO E IL SUCCESSO NEL FUMETTO SERIALE
Il tema che mi interessa trattare in questo articolo riguarda il cambiamento, l’evoluzione narrativa della serie.
Chiunque non conosca il mondo degli X-Men classici di Claremont, dovrebbe prendere in mano l’intero ciclo di storie realizzate in coppia con John Byrne, il cui culmine narrativo è rappresentato dalla saga di Fenice Nera. I mutanti di Claremont e Byrne, agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, sono uno dei migliori esempi della concezione moderna del fumetto seriale americano: un progressivo e costante rinnovamento e ribaltamento degli equilibri interni alla serie, sostenuto da uno scenario di base costante e riconoscibile.
Tale scenario, che potremmo chiamare pre-testo narrativo, è costruito attraverso alcuni semplici idee:
  • ·         la classica lotta tra Bene e Male (che supera tuttavia le schematizzazioni manichee e moraliste della golden age, attraverso un relativismo etico dinamico e realistico);
  • ·         il razzismo verso qualunque cosa sia classificato come diverso;
  • ·         il multiculturalismo dei personaggi (che trova il suo riflesso speculare nella polifonia di voci e di caratteri che si incontrano/scontrano storia dopo storia);
  • ·         la riflessione “politica” sul concetto di potere e di controllo (e di perdita di controllo).

Il pre-testo ha rappresentato un importante elemento di novità, non solo per lo specifico dei suoi contenuti, ma soprattutto per la consapevolezza e la maturazione che ha raggiunto nel corso degli anni, a un livello prima impensabile in altri fumetti seriali. Si tratta di uno scenario flessibile ma riconoscibile, stabile ma sufficientemente aperto da favorire continue evoluzioni e “rivoluzioni” narrative, che hanno attraversato negli anni le vicende dei personaggi degli X-Men.
È proprio nell’equilibrio tra pre-testo costante e rivoluzioni narrative che si spiega il successo della serie degli X-Men. Al lettore, il gusto di ritrovarsi a suo agio all’interno di tematiche riconoscibili e familiari (alcune delle quali poste già a fondamento nella serie classica degli X-Men di Stan Lee e Jack Kirby) e di sorprendersi numero dopo numero nello scoprire cosa potesse succedere ai personaggi tanto amati.
Alcuni esempi: la perversione “metafisica” di Jean Grey nella saga di Fenice Nera; il futuro apocalittico di Giorni Di Un Futuro Passato; le evoluzioni personali di Wolverine, teso tra un’improbabile ricerca di equilibrio interiore e la sua sete di sangue; il rapporto contraddittorio e mutevole tra Xavier e Magneto; l’inserimento nel gruppo di personaggi difficili, se non ambigui, come Rogue e l’evoluzione caratteriale al limite della schizofrenia di altri protagonisti, come Tempesta.
Per anni, chi prendeva in mano un numero degli Uncanny X-Men si chiedeva cosa sarebbe successo di nuovo quella volta.

IL PUNTO DI NON RITORNO, LA MARVEL COMICS NON È PIÙ D’ACCORDO
Claremont ha spinto a tal punto in avanti tale impostazione, da provocare scossoni narrativi ed editoriali eclatanti, come il periodo di “invisibilità” nel ritiro australiano, iniziato su Uncanny X-Men #229 (e la scomparsa dei mutanti da tutte le serie Marvel), o come quello che, in definitiva, ha portato alla rottura dello sceneggiatore con la Marvel Comics nel periodo in cui la direzione era affidata al “normalizzatore” Bob Harras (cambiamenti che avrebbero previsto, tra l’altro, la morte della superstar Wolverine).
È osservando tali cambiamenti e lo show-down finale che ha portato, nel 1991, alla dolorosa separazione tra Claremont e la Marvel, che ci è possibile comprendere il paradosso che caratterizza il fumetto seriale statunitense da decenni. Il successo di una serie come Uncanny X-Men si è costruito attraverso l’innovazione, la sorpresa, e lo choc verso il lettore; tale successo tuttavia, a un certo punto deve essere salvaguardato dalla dirigenza editoriale e porta a una progressiva restrizione della libertà creativa, imponendo vincoli, paletti e condizioni che si riflettono sulla qualità intrinseca della serie. La stessa nel tempo perde le proprie caratteristiche dinamiche fino a diventare un prodotto ripetitivo e stanco, esaurendo mortalmente i suoi autori e i lettori.
Claremont ha avuto la forza di mantenere, anche nei momenti di maggiore condizionamento editoriale da parte della dirigenza, la lucidità e la forza (contrattuale) di imporre almeno in buona parte le proprie scelte, fino al punto di non ritorno della gestione Harras, che ha imposto un sostanziale congelamento, attraverso cross-over e saghe a ripetizione, normalizzando le dinamiche narrative dell’intero universo mutante, ponendo malamente l’accento sull’ingrediente sbagliato della formula vincente: la spettacolarizzazione dei disegni e dei “fenomeni” emergenti in quegli anni (Jim Lee e Marc Silvestri su tutti).
Le idee di Claremont sono, col senno di poi, in completa continuità con quanto realizzato e sviluppato negli anni precedenti, e non rappresentano di certo scelte particolarmente clamorose o innovative. L’autore aveva semplicemente proseguito, anche negli ultimi mesi della propria gestione, a rivalutare il suo patrimonio narrativo attraverso il cambiamento, per colpire il lettore e non annoiare se stesso. Peccato che l’irrigidimento editoriale ed economico della Marvel ha impedito l’assorbimento e la comprensione di tale ennesima evoluzione.

PER SEMPRE MARVEL, UN TRISTE RITORNO A CASA
La storia dice che dopo la separazione dalla Marvel, Claremont è andato incontro a una successione di imprevedibili insuccessi, prima in casa DC Comics, poi nel ritorno alla Casa delle Idee. Pubblicità, commozione e nostalgia a parte, il ritorno di Claremont sulla serie regolare degli X-Men è un disastro. Lo sceneggiatore non solo appare incerto nell’impostare gli scenari di base, all’interno di un caos narrativo frutto di una serie infinita di gestioni sbagliate dei personaggi da parte dell’editore, ma soprattutto emerge con chiarezza l’inattualità del suo stile narrativo, che sembra la caricatura dell’impostazione che lo rese famoso: l’epica diventa boria, il pathos noia e così via. I comics erano già cambiati, e molto, e l’autore non sembra in grado di trovare un posto.
Parzialmente più felice, ma comunque dimenticabile, la sua breve gestione dei Fantastici Quattro, che ha preceduto il ritorno ai mutanti, dove se non altro l’autore ha mostrato di sapersi ancora divertire, privo dalla pesante eredità di un confronto con il suo lavoro precedente.
In ogni caso, Claremont è tornato per restare. Una ricompensa tardiva per il monumentale lavoro svolto negli anni passati e per la quantità imbarazzante di soldi che aveva portato nelle casse della Marvel Comics.
La gestione della serie Exiles o il ritorno sull’agonizzante Excalibur sono a loro volta dimenticabili parentesi di una carriera ormai in declino, prima che Joe Quesada decida di dare all’autore lo spazio per riprendere le fila di quanto aveva lasciato in sospeso negli anni ’90, al momento del divorzio con la Casa delle Idee.

PER SEMPRE X-MEN, OVVERO LA FINE DEL FUMETTO SERIALE
X-Men Forever è la serie ideale per qualunque nerd dei fumetti, dall’impianto “volutamente” nostalgico e dove le vecchie idee di Claremont hanno l’opportunità di trovare nuova luce, a partire dalla “sconvolgente” morte di Wolverine.
Nella serie, iniziata nel giugno del 2009, Claremont è fedele al suo motto e sviluppa, nel giro di due cicli narrativi, una serie di cambiamenti straordinari e, per molti versi, difficilmente comprensibili.
X-Men Forever è una serie paradosso: fuori dalla continuity ufficiale della Marvel Comics (concetto che, come ha più volte dimostrato Grant Morrison, non ha più nessuna attualità) ha l’ambizione di tornare a sviluppare temi vecchi di vent’anni. Una serie che “non esiste” vuole rinnovare concetti e percorsi narrativi ormai dimenticati. Siamo nella piena, totale involuzione del concetto di serialità, che appare per molti versi come l’ultimo, straziante canto del cigno di un’epoca.
Lo sceneggiatore si impegna e sembra giocare con rinnovato entusiasmo, ma il meccanismo è ormai rotto. La sensibilità ha perso qualunque contatto con il reale e non riesce a toccare in alcun modo l’emozione del lettore. Le idee appaiono non solo invecchiate, ma tutto sommato decisamente ridimensionate dal tempo, e dalle tante, reali innovazioni che sono avvenute negli anni (anche nella famiglia dei mutanti, basti pensare alla gestione Morrison).
Claremont, come emerge anche dalle interviste rilasciate di recente (compresa l’ultima, resa in esclusiva per Lo Spazio Bianco), appare amareggiato e posseduto da un rimpianto insanabile che si riflette nell’impostazione delle sue storie. L’autore sembra costantemente in lotta per ritrovare il momentum ormai sparito; sembra più interessato a rivivere il passato che a raccontare qualcosa di nuovo.
X-Men Forever è quindi un monumento funebre a un’idea di fumetto seriale che non è più attuale. È un viaggio nostalgico che non emoziona per i suoi contenuti narrativi, ma per il senso di straniamento e di malinconia che caratterizza ogni parabola discendente. Ed è, in definitiva, un grande insegnamento sul paradosso della condizione umana, la creatività e la serialità: niente è destinato a ripetersi senza rinnovarsi, il rinnovamento è un’illusione.

lunedì 11 maggio 2020

X-Men: 50 (+7) anni e non sentirli

Riporto una serie di articoli da lospaziobianco.it su una delle nostre passioni rimaste finora  fuori dal blog (se non per 3 miseri post): i fumetti! In particolare mi è capitata sottomano questa serie di articoli sui miei amatissimi X-Men che ne ripercorre la storia editoriale, e che ho trovato  molto interessante per rinfrescarmi le idee, dato che la Disney ne ha acquistato i diritti dalla Sony e che spero diventino quindi i protagonisti di una delle prossime saghe del Marvel Cinematic Universe (anche se i vecchi film non erano malaccio)! Buona lettura.


“Chi sono gli X-Men, mi chiedete? Un gruppo di supereroi mutanti, riuniti dal professor Charles Xavier per il duplice scopo di cercare altri come loro e aiutarli a imparare a utilizzare le loro abilità per il bene della società. E, inoltre, per proteggere la società stessa dalla minaccia di mutanti malvagi”. Queste sono le parole fatte pronunciare da Chris Claremont a Kitty Pride, una dei più importanti elementi del supergruppo mutante, in “A Day Like Any Other” pubblicata nello “X-Men Special Edition” del febbraio 1983. Definizione migliore non può esserci.

Un po' di basi
Gli X-Men sono creati nel 1963 da Stan Lee e Jack Kirby, prendendo spunto dall’idea alla base di un supergruppo pubblicato dalla DC Comics nel numero 80 della testata My Greatest Adventure, la Doom Patrol di Bob Haney e Arnold Drake. Protagonisti della serie DC sono tre giovani invisi al mondo a causa dei loro superpoteri, che sono guidati nelle missioni da Niles Caudler, ingegnere paraplegico che si muove in sedia a rotelle.In The X-Men#1, del settembre 1963, s’introduce Charles Xavier, lui stesso mutante telepate e professore filantropo di mezza età su una sedia a rotelle che, nella sua tenuta al numero 1407 di Graymalkin Lane a Salem Center, nella contea di Westchester (stato di New York), sede di una scuola per giovani dotati, accoglie cinque adolescenti: Jean Grey, Scott Summers, Henry Philip “Hank” McCoy, Robert “Bobby” Drake e Warren Worthington III.  Questi ragazzi sono speciali poiché il loro codice genetico è dotato di un gene “x”, mancante nella maggior parte degli esseri umani, che fornisce loro straordinari poteri mutanti. Da qui la “X” del nome del gruppo, a indicare il potere “extra” (“x” in inglese si pronuncia “ex”) che i mutanti possiedono, oltre ad alludere al fatto che tali mutazioni sono il risultato di un’esposizione alle radiazioni, tipica causa di acquisizione della maggior parte dei superpoteri nei fumetti degli anni 60.

Lee e Kirby se da una parte fanno in sostanza una copia-carbone del Prof. Niles per il loro Charles Xavier, dall’altra apportano due modifiche rispetto alla controparte DC che, negli anni, si riveleranno vincenti per i mutanti di casa Marvel: compongono il gruppo con adolescenti, abbassando l’età media rispetto ai protagonisti della Doom Patrol e, soprattutto, cambiano l’origine dei poteri dei protagonisti. Combinata con questa scelta c’è l’idea del parallelismo tra adolescenza e mutazione: giovani che vedono il loro corpo e la loro mente trasformarsi in modi che non capiscono e che talvolta non accettano perché il mondo e la società dove vivono non li accetta.

GLI ANNI 60: PRIMA GENESI E DECLINO
Nei primi numeri della testata The X-Men (che in origine avrebbe dovuto chiamarsi i Mutanti) oltre ai cinque membri della squadra originaria (Marvel Girl, Ciclope, Bestia, Uomo Ghiaccio e Angelo) è introdotto il loro arcinemico per antonomasia, Magneto e il suo gruppo, la Confraternita dei Mutanti Malvagi, composta da Mastermind, Toad, Quicksilver e Scarlet Witch, questi ultimi due figli dello stesso Magneto. 
I temi affrontati in queste storie iniziali sono, oltre al classico bene vs male, il pregiudizio, la discriminazione, l’odio razziale e la paura della diversità.
In questi primi anni il titolo non riesce a vendere come altri albi della Marvel (Fantastic Four e Amazing Spider-Man su tutti) e nel 1966, Lee & Kirby lasciano la testata. Durante questa run è da mettere in evidenza l’esordio del mutante irlandese Sean Cassidy, a.k.a. Banshee, nel numero 28. 
Dal numero 58 si torna nuovamente alla singola storia per albo e la presenza di un team regolare di autori, Thomas e Adams, donano alla testata un leggero aumento delle vendite grazie allo svecchiamento delle storie e alla presenza regolare di due nuovi protagonisti introdotti nei numeri precedenti: il fratello di Scott Summers, Alex a.k.a. Havok, creato da Thomas, e Lorna Dane (che in seguito assumerà il nome di battaglia di Polaris), creata da Drake. 
Tuttavia la Marvel ha già preso la propria decisione sul destino della testata e il numero 66 è l’ultimo che contiene storie inedite poiché dal successivo e ininterrottamente per cinque anni fino al numero 93 dell’aprile 1974 X-Men conterrà ristampe delle vecchie storie.

GLI ANNI 70: SECONDA GENESI
Nonostante le ristampe, le vendite della testata non scendono mai sotto la soglia minima oltre la quale per la Marvel scatta la chiusura e, inoltre, i vari eroi mutanti continuano ad apparire frequentemente in altre testate come Amazing Spider-Man e Avengers. Così nel 1975 ai piani alti della Casa delle Idee decidono di dare un’altra possibilità agli X-Men e nel mese di maggio viene dato alle stampe Giant Size X-Men#1 con Len Wein ai testi e Dave Cockrum alle matite. I due autori introducono un nuovo gruppo di Uomini X, molto diverso dall’originale in quanto formato completamente da adulti provenienti da varie parti della Terra, tutti con un bagaglio culturale e filosofico differente e, soprattutto, tutti già addestrati all’uso dei propri poteri mutanti. La storia contenuta nello speciale, divisa in quattro capitoli, presenta il Prof. Xavier che, per salvare il team originale prigioniero sull’isola vivente di Krakoa, gira il mondo per reclutare un nuovo gruppo. Alla fine dell’avventura del team originale resta soltanto Ciclope e la nuova squadra X sarà composta da Colosso (Piotr Nikolaievitch Rasputin), proveniente dall’Unione Sovietica, Nightcrawler (Kurt Wagner), tedesco occidentale, Tempesta (Ororo Munroe), keniana e Thunderbird (John Proudstar), nativo americano della nazione Apache. A questi personaggi, tutti qui alla prima apparizione, si affiancano poi Banshee, il giapponese Shiro Yoshida, a.k.a Sunfire (che aveva fatto il suo esordio in X-Men#64) e soprattutto il canadese Wolverine che aveva fatto la sua prima apparizione su The Incredible Hulk#180 nel 1974.


Quest’albo speciale ha talmente successo che la Marvel, mentre in un primo momento pareva intenzionata a proseguire con un secondo numero di Giant Size X-Men, decide invece di rilanciare la testata The X-Men con storie inedite, mettendo in cabina di regina un giovane autore di origine britannica (anche se cresciuto negli USA) che si sta distinguendo sulla collana dedicata al personaggio di Iron Fist: Chris Claremont. La scelta di un autore semiesordiente è spinta anche dalla considerazione di non “bruciare” la carriera di qualche sceneggiatore più famoso, nel caso questa nuova incarnazione della serie mutante segua il trend negativo della precedente.

Claremont parte subito con il botto e già nel secondo numero della sua gestione, il 95, fa morire uno dei nuovi elementi degli X-Men: Thunderbird (sebbene la sua morte fosse già stata comunque pianificata da Len Wein, autore dei soggetti dei numeri 94 e 95). Da quel momento in poi per l’autore è un continuo crescendo di storie e saghe che vedono il ritorno in scena delle Sentinelle, l’emergere della Fenice (#101), l’introduzione degli Starjammers (#107) e di Alpha Flight (#120) e la saga di Proteus (#125-128), oltre all’introduzione di personaggi comprimari come Amanda Sefton (#98), l’Uomo Multiplo, Mystica e Moira MacTaggert (#96). Claremont tratta i suoi personaggi come veri esseri umani, ne approfondisce la psiche, le motivazioni, i comportamenti, siano essi quelli dei supereroi che quelli delle loro controparti malvagie in una linea di demarcazione che nelle storie diviene sempre più sottile e di difficile individuazione. All’azione vera e propria nelle pagine di X-Men si sostituisce una sorta di soap-opera mutante con trame e sottotrame che si sviluppano e s’intrecciano anche per decine di numeri prima di arrivare a una risoluzione (e che mi ha fatto amare questa testata!!!n.d.r.).

GLI ANNI 80: L’ERA CLAREMONT


Nel 1980 Chris Claremont dà il via a una delle sue run più ambiziose e famose, la Saga della Fenice Nera, che si sviluppa per ben dieci numeri, dal numero 129 al 138 di X-Men. Dopo che Jean Grey ha ottenuto i poteri semidivini della Fenice, essa rimane vittima della corruzione del proprio potere e, manipolata mentalmente da Mastermind, diventa Fenice Nera e nella sua sete di distruzione annienta un intero pianeta alieno. Inizia così il decennio d’oro per gli X-Men, con la testata che dal numero 114 ha cambiato il nome in Uncanny X-Men e diventa il titolo mensile più venduto della Marvel. Alla saga della Fenice Nera seguono altre importanti storylines come Giorni Di Un Futuro Passato (#141-142), la saga di Deathbird e della Covata (#155-157 e 161-166), la scoperta del popolo mutante sotterraneo dei Morlocks (#169) e il Processo di Magneto (#200).
Nel 1982 Claremont scrive, al di fuori della testata regolare, una graphic novel con protagonisti gli X-Men, disegnata da Brent Anderson: Dio Ama, L’Uomo Uccide.

In questi dieci anni tanti sono i personaggi che vanno a popolare l’universo mutante della Marvel a cominciare da Katherine Anna “Kitty” Pride/Shadowcat (#129), Alison Blaire/Dazzler (#130), Forge (#184), Longshot, Elizabeth “Betsy” Braddock/Psyloche, Rogue, Rachel Anne Summers/Fenice, Jubilation Lee/Jubilee (#244) fino a villains del calibro del Club Infernale (#129), Madelyne Prior (#168), Apocalisse, Sinistro (#221), Mojo e Sabretooth. Tra le scelte narrative da ricordare sicuramente vanno menzionate la decisione di Xavier di partire per lo spazio insieme all’amata Lilandra e lasciare Magneto alla guida della Scuola per giovani dotati e l’avvicendamento a capo degli X-Men di Tempesta al posto del leader storico Ciclope.

Gli anni ’80 sono anche il periodo della nascita e dello sviluppo dei comic shop, negozi specializzati nella vendita di fumetti, e la Marvel legandosi a questo evento e alle ottime vendite di Uncanny X-Men spinge per la creazione di nuove X-testate.
La prima a esordire è The New Mutants (marzo 1983), seguita da Alpha Flight (agosto 1983), dedicata a un gruppo mutante canadese, X-Factor, con il gruppo X originale (febbraio 1986), Excalibur (ottobre 1988), ambientato in Gran Bretagna, e Wolverine (novembre 1988). Sfruttando il numero sempre maggiore di serie mutanti e le obbligate connessioni che esse hanno tra loro, Claremont dà il via a una serie di eventi crossover (o X-over) tra le varie testate, con cadenza annuale. Ecco nascere dunque il Massacro Mutante, seguito dalla Caduta dei Mutanti e da Inferno.

GLI ANNI 90: IL BOOM DI VENDITE
All’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, Uncanny X-Men vende qualcosa come 500.000 copie ogni mese e quelli mutanti sono i titoli blockbuster della Marvel. Claremont è affiancato da un disegnatore sempre più acclamato dai fan, Jim Lee, ma entra sempre più spesso in contrasto con l’editor della testata, Bob Harras, che interviene frequentemente nella modifica di storie, personaggi e anche maxisaghe pensate dallo scrittore. Quando la Casa delle Idee decide di lanciare un secondo albo mensile dedicato agli X-Men, Claremont e Harras sono ormai ai ferri corti per questioni creative: l’editor vuole riportare nelle storie il prof. Xavier, personaggio mai amato da Claremont che lo aveva allontanato dal palcoscenico principale. A questo si aggiunga che l’autore ha in mente tutta una serie di sviluppi per i suoi personaggi che vanno contro quanto la casa editrice vuole in quel periodo: sfruttare il più possibile il fenomeno mutante per incassare più soldi possibile. Molte delle idee di Claremont, prima tra tutte il fare diventare Wolverine un personaggio malvagio per poi ucciderlo, vanno contro questa politica e così, dopo sedici anni ininterrotti alla scrittura delle x-storie, Claremont decide di andarsene dalla Marvel.
Lo fa scrivendo il suo “testamento editoriale” nei primi tre numeri della nuova testata che si affianca a Uncanny dall’agosto 1991, X-Men, il cui primo numero è a tutt’oggi il singolo albo a fumetti più venduto della storia con circa tre milioni di copie vendute e almeno sette milioni e mezzo di copie preordinate dalle fumetterie statunitensi (l’albo esce con cinque diverse cover che unite assieme formano un’unica immagine).

Le due testate vedono protagonisti gruppi distinti degli X-Men: su Uncanny tornano il prof. Xavier e Ciclope formando il “blue team” composto da Bestia, Wolverine, Rogue, Gambit e Psylocke, mentre sulla nuova testata esordisce il “gold team” con a capo Tempesta e formato da Marvel Girl, Uomo Ghiaccio, Arcangelo e Colosso. Entrambi i gruppi sono coordinati dallo stesso Xavier aiutato da Banshee, Forge e Jubilee.
La nascita di X-Men porta con sé una piccola rivoluzione delle altre testate mutanti con The New Mutants che si trasforma in X-Force, scritta da Fabian Nicieza e Rob Liefeld e disegnata da quest’ultimo, e X-Factor che è affidata a Peter David e Larry Stroman con protagonista un gruppo completamente nuovo poiché i membri originari sono tornati, come detto, negli X-Men.
In seguito le redini delle due testate passano a Scott Lobdell (Uncanny) e Fabian Nicieza (X-Men), che rimangono a lungo, il primo fino al 1997 e il secondo fino al 1995. Tra i disegnatori all’opera, in questo periodo, sui mutanti sono sicuramente da segnalare Andy Kubert e John Romita Jr.

Durante quegli anni gli X-Men rimangono sulla cresta dell’onda, continuando a incrementare le loro vendite e le maxi saghe crossover da ricordare di questo decennio sono molteplici. Partendo da Programma Extinzione e la Muir Island Saga, quando ancora le storie erano scritte da Claremont, si passa alla Canzone dell’Executore, Attrazioni Fatali, Phalanx Covenant, L’Era Di Apocalisse (la mia avventura fuemttistica con gli X-men si èfermata qui. n.d.r.), Onslaught e Operazione: Nessuna Tolleranza.
I personaggi che entrano in scena in questi anni sono tutti di primo piano a cominciare da Cable, Gambit (UXM#266) e Alfiere (UXM#282) e, come è logico aspettarsi, spopolano le miniserie dedicate a vari personaggi mutanti, la maggior parte delle quali di qualità inferiore alle testate regolari. Eventi di prim’ordine da ricordare in questo periodo sono sicuramente il matrimonio di Jean Grey e Scott Summers (XM#30) e la perdita dell’adamantio da parte di Wolverine per opera di Magneto nel crossover Attrazioni Fatali.

Dal 1999 è Alan Davis che si occupa sia dei testi sia dei disegni della serie X-Men e delle sceneggiature di Uncanny. Durante la gestione Davis le due testate funzionano come un unico albo bisettimanale con le storie che spesso sono uniche e passano da un titolo all’altro.
La fine del millennio vede un lento declino nelle vendite delle testate mutanti, anche a causa del continuo avvicendarsi di vari autori con stili e approcci diversi alle storie, e la continua emorragia di lettori che puntano sempre più su altri titoli, convince la Marvel a operare un rilancio degli X-Men.

GLI ANNI 2000: LA RINASCITA

Puntando anche sul ritorno di Claremont alla Casa delle Idee (nel 1998 ai testi dei Fantastici Quattro), si decide di operare un taglio netto con il recente passato mediante l’evento Revolution che si sviluppa su tutti gli albi mutanti nel maggio del 2000 e crea un “gap” narrativo di sei mesi tra due numeri consecutivi di ogni testata. Questo espediente permette a Claremont di ripartire da zero sia su Uncanny (dal numero 381) che su X-Men (dal numero 100), dividendo nuovamente gli X-Men in due gruppi, mettendo da parte molti dei personaggi nati dopo il suo abbandono del 1991, recuperandone alcuni secondari della sua passata gestione e portandoli in primo piano.
Claremont commette tuttavia alcuni passi falsi in questa sua seconda gestione degli Uomini X, come il ritardare la spiegazione dei fatti intercorsi nei sei mesi non raccontati, ad esempio il perché Jean Grey e Psylocke si fossero scambiate i poteri ed è anche costretto a adattare i suoi piani all’imminente uscita del primo film sugli X-Men, per rendere più accessibile la serie ai neofiti.
Tutto ciò porta numerose critiche da parte dei lettori e di riviste e siti specializzati e quando Joe Quesada diventa editor in chief della Marvel, con nuove idee di sviluppo per l’universo mutante, propone a Claremont di concentrarsi su una sola delle X-testate oppure di crearne una ex novo con un gruppo di X-Men in missione lontani dallo Xavier Institute. L’autore sceglie questa seconda ipotesi e dopo solo nove mesi diventa lo sceneggiatore di X-treme X-Men.

L’evento di questo periodo è sicuramente l’approdo alla guida della testata X-Men del “Mago di Glasgow”, lo scozzese Grant Morrison. Sostenuto nella parte grafica da artisti del calibro Frank Quitely, Igor Kordey, Ethan Van Sciver, J.P. Leon  e altri artisti del genere, Morrison rivoluziona lo status quo mutante introducendo moltissime novità a cominciare dalle nuove uniformi nere in kevlar che si richiamano a quelle indossate dagli X-Men nel film loro dedicato.
L’autore rompe con il passato e dà un tono più serio, cupo e realistico alla serie iniziando subito con il primo blocco di storie “E is for Extinction” (NXM#114-116) dove una nuova criminale, Cassandra Nova, sorella malvagia di Xavier, distrugge l’isola-stato di Genosha uccidendo 16 milioni di mutanti. Proprio alla fine di quest’arco narrativo Morrison fa poi fare “outing” al Prof. Xavier che, controllato mentalmente dalla sorella, rivela al mondo intero di essere un mutante, aprendo le porte del suo istituto pubblicamente a tutti i mutanti che vogliono imparare a controllare i propri poteri e creando varie scuole collegate in tutto il mondo. A Morrison dobbiamo anche l’inizio della relazione tra Scott ed Emma Frost, quando ancora il primo era sposato con Jean Grey e la morte di quest’ultima, uccisa da Magneto.

Lo sceneggiatore scozzese decide poi di passare alla DC Comics e abbandona le X testate nel 2004, segnando, di fatto, l’inizio di un nuovo, ennesimo rilancio dei titoli mutanti. L’errore che tuttavia commette la Marvel in questo rilancio mutante è quello di tenere le tre serie completamente distinte e indipendenti l’una dall’altra, causando palesi incongruenze nella continuità generale dell’universo mutante.
Col maxi evento Marvel del 2005: House of M, Brian Michael Bendis, deus ex machina dietro il rilancio dei Vendicatori, scrive questo crossover estivo per le matite di Oliver Coipel e narra la storia di un mondo dove i mutanti sono la maggioranza della popolazione creato dai poteri di Wanda Maximoff/Scarlet, figlia di Magneto. Nell’epilogo della saga tutti gli eroi del Marvel Universe si oppongono alla Casata di M (la famiglia di Magneto) e la storia si conclude con la frase magica di Scarlet che è il punto di partenza dell’ennesimo, scontato, rilancio mutante: “No more mutants!”, basta mutanti.
I mutanti presenti sulla Terra sono ridotti ad appena 198, ottenendo in questo modo un duplice risultato: da un lato si riduce drasticamente il numero di personaggi mutanti (anche lo stesso Charles Xavier perde i propri poteri) che ormai saturano l’universo Marvel, la maggior parte dei quali erano utilizzati, dopo la creazione, per un paio di storie e poi lasciati nel dimenticatoio. Dall’altro si centra l’obiettivo che ha più a cuore Quesada, quello di far tornare i mutanti a essere dei reietti, emarginati dall’Homo Sapiens, tornato di nuovo a essere la razza predominante. Di fatto l’editor in chief della Marvel annulla una delle novità che Morrison aveva introdotto all’inizio della sua run sugli X-Men, quando la Bestia scopriva che nel giro di pochi decenni gli Homo Sapiens si sarebbero estinti lasciando il pianeta delle mani dell’Homo Superior la cui popolazione stava crescendo sempre più.

Passano un po' di anni con un'alternanza di autori/disegnatori/testate...

A Giugno del 2009 la Marvel pubblica la testata X-Men Forever scritta da Chris Claremont nella quale l’autore dovrebbe proseguire le trame narrative che aveva in mente nel 1991 quando ha abbandonato gli X-Men. La serie è preceduta da un one-shot X-Men Forever Alpha che ristampa i primi tre numeri di X-Men, del 1991, e che conducono direttamente a quanto narrato all’inizio della nuova serie. Tuttavia, quella che in teoria doveva essere la storia degli X-Men se Claremont fosse rimasto a scrivere le loro avventure, presto si trasforma in un titolo da “universo alternativo” e lo stesso autore ammette che le storie narrate nella testata sarebbero comunque state impossibili da narrare anche dieci anni prima senza minare le fondamenta del mondo mutante del Marvel Universe.

Ad Aprile del 2012 inizia tuttavia l’evento definitivo che darà il via a quella sorta di “light reboot” chiamato Marvel Now Revolution (la progressiva chiusura delle varie testate, mutanti e non, e il loro nuovo inizio con team creativi nuovi di zecca): Avengers VS X-Men. Questa maxi saga in dodici parti, nella quale vengono finalmente risolte tutte le varie sottotrame ancora aperte dai tempi di House of M, viene scritta a più mani da B.M. Bendis, Jason Aaron, Ed Brubacker, Jonathan Hickman e Matt Fraction, con ai disegni John Romita jr., Oliver Coipel e Adam Kubert, e vede il ritorno sulla Terra dell’entità Fenice alla ricerca di un nuovo ospite per la sua forza, ha individuato in Hope Summers (la prodigiosa bambina nata dalla decimazione dei mutanti alla fine di House of M). I Vendicatori e gli X-Men si confrontano sui modi di protezione della ragazza mutante. Nel corso della mini Hope prova a ricevere la forza della Fenice, ma incapace di controllarla viene colpita da Iron Man che, invece di ucciderla, scinde l’entità cosmica in cinque parti che si impossessano di Ciclope, Emma Frost, Colosso, sua sorella Magik e Namor.
I cinque sono corrotti dal potere cosmico e, alla fine, Ciclope si trasforma nella Fenice Nera e uccide il suo mentore, Charles Xavier. Alla fine Hope, con l’aiuto di Scarlet, riesce a sconfiggere e a disperdere la forza della Fenice e Capitan America pone Scott Summers agli arresti per l’omicidio del Professor X.





OGGI: L’ARRIVO DI BENDIS E LA "MARVEL NOW REVOLUTION" MUTANTE
Nell’ottobre del 2012, a seguito della conclusione di AvX nella Casa delle Idee parte l’iniziativa Marvel Now! con l’ingresso di nuovi titoli, l’azzeramento della numerazione della maggior parte delle testate e lo stravolgimento dei vari team creativi.
Gli X-Men, assieme ai Vendicatori, fanno da padroni in questa iniziativa con nuove testate e quelle esistenti stravolte. I titoli che continuano la corsa con la stessa numerazione sono Wolverine and the X-Men, con Aaron ai testi e Bradshaw ai disegni e l’inossidabile X-Factor di Peter David e Leonard Kirk.

Con una pletora di nuove serie aperte, a cinquanta anni dalla nascita gli X-Men sono dunque più vivi che mai, sempre più pilastro portante del Marvel Universe e ben lungi dall’avere risolto i problemi di coesistenza con l’homo sapiens. E questo non può fare che ben sperare per altri cinquanta anni di avventure mutanti.

domenica 30 giugno 2019

The Magic Order + Netflix: cosa vogliamo di più?

Dall'ottimo Leganerd.

The Magic Order è il primo fumetto prodotto e distribuito da Netflix in collaborazione con Image Comics, dopo l’accordo stipulato assieme a Mark Millar, ormai a tutti gli effetti il Re Mida della crossmedialità.
https://ir-it.amazon-adsystem.com/e/ir?t=lnwow-21&l=alb&o=29&a=8891246581Se in passato diversi suoi fumetti sono stati trasposti in un film o in una serie tv, oggi la cosa sembra essere ancora più forte di prima. Conosciamo quindi l’Ordine Magico, una congregazione segreta di potenti maghi il cui scopo è proteggere il mondo dall’invisibile, tra Dr. Strange, atmosfere da american drama, Harry Potter e Now You See Me.
Che colpaccio. Quando nel 2017 si diffuse la notizia che il colosso Netflix aveva acquisito la proprietà del Millarworld, il mondo del fumetto subì un notevole scossone.
In un ambiente tutto sommato circoscritto a poche ed estremamente influenti realtà come quello del fumetto, l’arrivo improvviso (quasi a gamba tesa) del gigante dello streaming a pagamento ha scatenato moltissime reazioni e anche fatto preoccupare un pochino le major che finora hanno imperato.
Già Mark Millar è uno degli autori di fumetto più di successo di quest’epoca, basti pensare a Kick-Ass, Wanted, The Secret Service, Ultimates, Old Man Logan, se poi gli viene anche dedicata una corsia preferenziale per trasporre le sue opere e le sue idee direttamente su film o su serie TV, il potenziale dell’operazione si dimostra fin da subito elevatissimo.
Giusto per fare due esempi concreti: i due film di Kick-Ass sono stati un successo, così come Kingsman (anche se il secondo capitolo è ispirato solo in parte ai fumetti di Millar); di Civil War non ne parliamo nemmeno e Logan, l’ultimo film che vede Hugh Jackman nei panni del mutante canadese, si è ispirato in parte al monumentale e iconografico Old Man Logan.
Insomma avere in squadra Mark Millar significa portarsi in casa un potenziale creativo di altissimo livello.
L’estate scorsa è avvenuto il debutto americano del primo fumetto post accordo – The Magic Order – e come da tradizione il nostro buon scozzese ha deciso di portarsi in squadra uno dei migliori talenti del fumetto moderno, il francese Olivier Coipel.
Perché Millar ha sempre scelto di circondarsi solo dei migliori: John Romita Jr, Steve McNiven, Rafael Albuquerque, Greg Capullo, Sean Gordon Murphy, J.G Jones, Frank Quitely, Stuart Immonen, Simone Bianchi (per il prossimo progetto Netflix Millarworld dal titolo Sharkey Bounty Hunter) e via discorrendo.
Roba che fa male, lo so.
E quindi eccoci pronti ad entrare nelle atmosfere magiche, ma ovviamente profondamente legate alla verosimilità, di The Magic Order, fumetto già pronto per essere adattato a serie tv con la regia (almeno del primo episodio) di James Wan.
La prima cosa a cui assistiamo è un omicidio, perpetrato in maniera davvero inusuale e crudele. Una coppia di misteriosi individui dotati di poteri magici con un incantesimo riesce ad impossessarsi del corpo di un piccolo bambino ed uccidere il padre durante il sonno. Primo mago eliminato.
Esiste al mondo un Ordine Magico segreto di maghi dediti alla protezione del pianeta da tutte le minacce magiche e soprannaturali. A capo di quest’ordine c’è il mago illusionista Leonard Moonstone, che ovviamente è molto più potente di ciò che appare durante i suoi comunque strabilianti spettacoli.
Vale per tutti i membri dell’Ordine e anche per i 3 figli di Leonard: Cordelia, ribelle ecapologacon evidenti problemi di adattamento sociale, Regan il secondo genito di Leonard e Gabriel, colui che avrebbe dovuto ereditare il seggio più alto dell’Ordine ma che ha deciso di ritirarsi a vita privata con la moglie.
Un terribile incidente infatti ha distrutto per sempre la sua vita.
La figlia di Gabriel, Rosetta, è rimasta uccisa dopo aver trovato la sua pericolosa bacchetta magica ed averla utilizzata accidentalmente. Potete ben immaginare quindi il dolore e la decisione di Gabriel di chiudere con l’Ordine, la magia e tutto il resto.
Fin da subito ci viene presentato il villain di questa storia: Madame Albany, parente della famiglia Moonstone, la quale per vendicarsi dell’Ordine che non l’ha reputata degna (o sufficientemente stabile mentalmente) di essere un Guardiano ha deciso di perpetrare la sua vendetta, assassinando uno ad uno i membri della società segreta, grazie al potentissimo e misterioso aiutante chiamato Il Veneziano (per via del suo abito) per impossessarsi dell’Orichalcum, un tomo proibito di conoscenze arcane perdute e potentissime, capaci addirittura di resuscitare i morti.
Una sorta di Necronomicon Ex Mortis insomma.
La storia si svilupperà sui tentativi dell’Ordine di fermare Albany e il Veneziano, in un susseguirsi di piani e fallimenti, rivelazioni, colpi di scena e un finale decisamente azzeccato che sembra fatto apposta per una serie tv. Quello che traspare immediatamente da questo ottimo fumetto è la sua predisposizione ad essere convertito in una serie tv di successo.
Millar non perde tempo, introduce i personaggi, il caratterizza quel tanto che basta per inquadrarli e gioca tutto sui colpi di scena, sulla spettacolarizzazione degli scontri magici e sulle rivelazioni che, un passo alla volta, ci completano il quadro, mostrando cliffhanger e plot twist decisamente televisivi.
È’ proprio come se fossimo in una serie di Netflix, dove bisogna subito stupire il lettore con colpi di scena e momenti “importanti”, altrimenti c’è il rischio che cali presto l’interesse e non prosegua nella visione, quantomeno non con la stessa curiosità ed entusiasmo.
Albany viene presentata come una squilibrata, bramosa non tanto del potere quanto di ottenere la ripicca sugli “adulti” che non hanno voluto riconoscere il suo talento. Una motivazione a prima vista debole ma che nasconde una certa psicologia (già esplorata da Millar in altre opere) non poi così banale.
Cordelia è sempre in bilico tra l’essere una figlia ribelle piuttosto disadattata e un eroe; i suoi errori diventano i suoi punti di forza trasformando il fallimento in opportunità di crescita; il fratello Gabriel invece mostra gli effetti terribili del fallimento e il lato umano e struggente del dolore a causa dalla perdita di una figlia per la quale si sente responsabile.
Gli altri personaggi sono decisamente più accennati, ma la cosa non pesa più di tanto sul ritmo e sul coinvolgimento che suscita la narrazione.
Non è un fumetto quindi di solo intrattenimento e suspence. In poche abili mosse, pur senza strabiliare, Millar riesce a condensare tematiche importanti e un terreno fertile per i personaggi, che potrebbero svilupparsi in maniera completa nell’omonima serie tv.
Furbacchione, non trovate? Confezionare un ottimo fumetto e lasciarsi un portone spalancato per evolvere la serie live action.
Parlando della parte grafica non si può non considerare chi abbiamo di fronte: Olivier Coipelè un artista straordinario, capace di restituire delle espressioni e del ritratti davvero splendidi e Dave Stewart è semplicemente uno dei migliori coloristi al mondo.
Gabriel, Cordelia, Albany, Leonard, il sorprendente zio Edgar e tutti gli altri personaggi sono rappresentati in modo eccellente anche se ad essere sinceri, da un gigante come Coipel si poteva pretendere anche qualcosina di più, magari con un’attenzione maggiore sui fondali e le ambientazioni e qualche “effetto speciale” in più. Insomma con un artista come Coipel ci si può permettere di essere un po’più severi.
Siamo comunque di fronte ad un’opera disegnata in modo assolutamente potente e certe splash o certi primi piani confermano la validità del tutto.
Ed è veramente colorata da dio. Sapete che sono sempre molto critico sui colori dei fumetti americani, ma di fronte alla coerenza cromatica di Dave Stewart ci si può solamente togliere il cappello.
Vorrei poter vedere le tavole in bianco e nero per comprendere ancora di più il lavoro di questo straordinario professionista, ma vi basterà sfogliare rapidamente il fumetto per capire quanto il suo valore aggiunto sia importante.
The Magic Order quando ha debuttato negli Stati Uniti si è rivelato essere il lancio più alto negli ultimi 20 anni di fumetto indipendente, andando a minacciare da vicino le quote del rilancio di Superman per DC Comics e A Fresh Start di Marvel .

sabato 21 febbraio 2015

BATMAN VS SUPERMAN: presto la Justice League

 
Rivelata in un tweet del regista Zack Snyder una fotografia di Jason Momoa nella prima trasposizione cinematografica del Re dei Sette Mari della DC Comics, il cui esordio avverrà nell'atteso cinecomics sui 'migliori del mondo'. "There's only one true King" ("C'è soltanto un vero Re"). Con queste parole Zack Snyder, regista di Batman v Superman: Dawn of Justice, ha accompagnato la pubblicazione della prima immagine ufficiale di Aquaman, interpretato da Jason Momoa, sulla propria pagina Twitter. Ve la proponiamo qui di seguito. Com'è evidente dalla fotografia, viene confermato l'aspetto decisamente più cupo e maturo del personaggio, in questa sua prima incarnazione live action cinematografica, rispetto a quello dei fumetti, in cui l'arancione e il verde risultano i colori predominanti del suo costume e in cui Arthur Curry (questo il vero nome di Aquaman, almeno in una prima fase della sua lunga storia editoriale) ha sempre mantenuto i capelli biondi e la carnagione chiara. A chi scrive, le sezioni di armatura e il concept del Tridente di Nettuno (qui, in realtà, a cinque punte invece che a tre) ricordano, almeno nei toni generali, la versione di Aquaman che compare nel videogame Injustice: Gods Among Us (2013) realizzato da NetherRealm Studios (immagine in basso a sinistra). Il simbolo del personaggio, una sorta di 'A' stilizzata, compare come nei comics a mo' di fibbia nella parte inferiore del costume mentre risultano una novità i tatuaggi in stile tribale che coprono braccia e torso dell'attore, e che ricordano molto un altro personaggio precedentemente impersonato da Momoa. Stiamo ovviamente parlando di Khal Drogo, il signore della guerra Dothraki della serie televisiva Game of Thrones.
   
La versione di Aquaman apparsa nel videogame Injustice: Gods Among Us (2013) A quest'ultima, almeno per chi ha seguito la prima stagione, farà pensare l'hashtag "Unite the Seven" ("Unire i Sette"), comparso anch'esso nel tweet di Snyder e poi ripetuto in sovraimpressione nell'immagine di cui si parla in questo articolo. Non si tratta ovviamente dei regni di Westeros, quelli ai quali fa riferimento la frase, ma forse proprio dei Sette Mari su cui Aquaman, in quanto sovrano di Atlantide, domina. Resta da capire come mai Snyder abbia fatto riferimento alla necessità di unirli, ed è quindi probabile che si tratti, in questo caso, di una sottotrama di Batman v Superman che possa poi essere meglio sviluppata nei successivi film in cui certamente comparirà di nuovo il supereroe: le due parti che comporranno il live action movie corale sul più potente team della major fumettistica, Justice League (entrambe dirette ancora da Snyder e in uscita, rispettivamente, il 17 giugno 2017 e il 14 giugno 2019) e, soprattutto, il solo film su Aquaman, atteso per il 27 luglio 2018. Aquaman in una tavola di Jim Lee da Justice League #4 (febbraio 2012) Un'altra ipotesi, però, pare non meno interessante. È infatti noto che originariamente sono sette i membri fondatori della Justice League, e dunque il numero potrebbe riferirsi in questo caso a Superman, Batman, Wonder Woman, Cyborg, Flash, Lanterna Verde e allo stesso Aquaman. Che questa immagine sia la prima di una serie che mostrerà, uno alla volta, i più potenti eroi dell'universo DC? La scelta di Momoa per ricoprire il ruolo del Re dei Sette Mari è stata rivelata nell'inverno scorso da più fonti anche se al rumor hanno fatto poi seguito le numerose (ma mai troppo convincenti) smentite del diretto interessato. Il ripetersi di tali indiscrezioni ha avuto luogo fino all'ottobre scorso quando infine la Warner Bros., in un comunicato ufficiale, ha reso nota la sequenza di dieci film che, insieme a L'Uomo d'Acciaio (2013) e a Batman v Superman: Dawn of Justice (25 marzo 2016) daranno vita all'universo cinematografico DC Comics. Come già accennato sopra, Aquaman apparirà proprio nel secondo dei due film menzionati, a fianco di Kal-El/Clark Kent/Superman (per la seconda volta interpretato da Henry Cavill), di Bruce Wayne/Batman (Ben Affleck) e di Diana di Themyscira/Wonder Woman (Gal Gadot). Certamente nel film apparirà anche Victor Stone/Cyborg (Ray Fisher) e non si esclude che ci possa essere qualche altra apparizione di membri della Justice League. La Trinità (da sinistra a destra, Wonder Woman, Superman e Batman) così come apparirà in Batman v Superman: Dawn of Justice.  Momoa, classe 1979, sembra una scelta convincente, almeno a giudicare da questa prima immagine, per rendere il controverso quanto iconico supereroe assai più minaccioso e selvaggio rispetto alla più rassicurante versione di carta e china. Se, poi, l'attore di origini hawaiane sarà all'altezza della parte che è stato chiamato a interpretare, è tutto da vedere: c'è ancora più di un anno da attendere.

giovedì 27 gennaio 2011

LA FINE DI UN'ERA - LA MORTE DI JHONNY!



Reed Richards, alias Mr. Fantastic, sta cercando di salvare milioni di persone dalla morte per opera di Galactus, che vuole consumare un pianeta. Sua moglie Susan Richards, La Donna Invisibile, sta fronteggiando sott'acqua alcuni vecchi Atlantidei vecchi e Namor. E il fratello di Sue, Johnny Storm, e Ben Grimm (che è temporaneamente tornato umano) devono salvare il mondo e un gruppo di ragazzi, quando Annihilus e il suo esercito tentano di fuggire dalla Zona Negativa.
Ma è in realtà la Torcia Umana che muore in battaglia: Johnny si sacrifica per chiudere il portale della zona negativa e respingere l'orda, mentre Grimm ritorna alla sua condizione rocciosa troppo tardi per aiutarlo.
Nel comunicato stampa Johnathan Hickman spiega che la ritrosia con la quale sono stati fatti trapelare indizi è dovuta alla considerazione che sia impossibile mantenere veramente un segreto al giorno d'oggi. Basta una parola di troppo e i lettori possono capire tutto. Secondo Hickman già molti lettori avevano intuito che a morire sarebbe stato Johnny, ma crede che l'atteggiamento dello staff abbia comunque creato aspettative e aumentato l'attenzione verso la testata.
Spiega anche che l'intera operazione non sarà fine a sé stessa. Si tratta di una ampia trasformazione dei Fantastici Quattro, che coinvolgerà i fumetti, i personaggi ma anche il franchise, tutto.
La copertina interna di Fantastic Four 587 Hickman annuncia anche che da qui a un anno sono in progetto per la testata eventi che avranno comunque come riferimento questi eventi, e che pur mantenendo le atmosfere conosciute dai fan del quartetto, a suo dire saranno talmente nuovi ed eccitanti da rivoluzionare la visione di chi dava i Fantastici Quattro e i suoi personaggi come qualcosa di scontato e immutabile.
Sulle ragioni che hanno portato alla scelta di Johnny, Hickman non si è sbottonato molto. Ha detto però che NON è stato solo perché "era venuta la sua ora". Probabilmente molte delle prossime trame daranno queste spiegazioni ai lettori.
E' inutile nascondersi che tutti i Marvel fan sia convinti che prima o poi il personaggio tornerà. Hickman ovviamente non si lascia scappare nulla sull'eventuale futuro di Johnny Storm, dichiarando che magari il prossimo anno, o anche tra dieci, potrebbe anche succedere che a qualche autore venga l'idea di fare tornare il personaggio. L'unica preoccupazione attuale di Hickman è quella di scrivere le storie più "forti e toccanti che possiamo."