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lunedì 25 maggio 2020

Ultimo Turno II

Secondo appuntamento - a tratti esilarante - sempre tratto da Gioconauta!



di Luccio (e Luna) | Il virus era l’inizio, poi venne D&D – cronache di ludoteca

“Siediti, straniero. Benvenuto nel mio rifugio.”
Entrano nell’ordine: una pancia, il proprietario della pancia, uno straniero e quattro foglie secche.
L’uomo venuto da lontano si abbassa il cappuccio e avvicina una sedia al fuoco. Vecchie carte comuni di Pokémon scoppiettano nel camino ricavato da un cassonetto svuotato, dando vita occasionalmente a dei guizzi iridescenti quando le fiamme attecchiscono su una foil. Accanto al fuoco, due paia di guanti a mezze dita si asciugano dall’umidità delle strade di Neo Padania.
“Grazie Luccio” ribatte lo straniero “ma non serve che ruoli la parte dell’oste anche con me”.
“Sai che mi diverto a farlo, Brando”, gli rispondo. “Com’è andato il viaggio?”
“Mi fanno male le gambe. Andare a cavallo non è come guidare una macchina.”

Era da anni che non vedevo Brando. Da quando andò a vivere in Canada, ci sentimmo per messaggio ogni tanto, ma non passò mai a trovarmi, e io non passai a trovare lui. Ironicamente, solo ora che internet è stato definitivamente spento e viaggiare è diventato un’impresa per pochi coraggiosi, ci siamo incontrati di nuovo. Brando si era fatto crescere una bella barba, ma per il resto non sembrava cambiato.
“Qui puoi riposarti quanto vuoi, siamo in un rifugio libero. Questo pomeriggio facciamo partire un draft di Magic, ti va di fare l’ottavo?”
“Ti ringrazio, ma se hai ancora quel divanetto leopardato orribile che c’era prima dell’apocalisse, penso che passerò il pomeriggio lì”
“Ovvio che ho tenuto il divanetto, mica potevo buttarlo via. Vuoi del liquore alla coca cola? L’abbiamo imbottigliato questa settimana”
“Gradisco, grazie.”
Prendo una bottiglia da sotto il bancone e verso due bicchierini di liquido scuro. Gradiamo.

Brando ci pensa un po’ prima di farmi un discorso che evidentemente si stava tenendo dentro da quando è entrato.
“Una volta questo posto era un negozio rispettabile, battevamo scontrini a testa bassa e non guardavamo in faccia nessuno, mentre adesso è diventato una casa di accoglienza. Da quand’è che hai smesso di essere uno schifoso misantropo?”
Sì, Brando è rimasto esattamente uguale.
“Mai smesso”, gli rispondo. “Non ho sentito una grande differenza tra prima e dopo l’apocalisse. L’Ultimo Turno è nato come un rifugio per nerd in fuga dai loro casini quotidiani. Ora è un rifugio per nerd sopravvissuti al cataclisma. Faccio esattamente le stesse cose di prima, solo per uno scopo diverso, tant’è che il registratore di cassa l’ho dismesso da quando il denaro è stato dichiarato fuori corso. Non credevo che la vita senza fatturare potesse essere così interessante.”

Mentre parlo, Brando continua a guardarsi intorno. L’Ultimo Turno dev’essere stato molto diverso ai suoi occhi rispetto a come se lo ricordava. Accanto a quattro persone che giocano a Carcassonne c’è un tizio barbuto intento a preparare della zuppa in un gigantesco pentolone, emanando un potentissimo odore di aglio e cipolla. Lungo la sala corrono in ordine sparso fili con panni da asciugare appesi. Il negozio è sempre stato un luogo piuttosto frequentato, ma negli ultimi tempi ha acquistato una vivacità mai vista prima.
“Sono stato via troppi anni”, confessa Brando. “Su in Canada abbiamo solo visto l’internet spegnersi per sempre, la luce saltare, poi una forte scossa di terremoto, ma nessuno ha mai saputo cosa fosse successo davvero. Tu che eri qui quand’è iniziata la fine del mondo, cosa hai visto?”
Sorseggio un po’ di liquore per tempi difficili, mi metto comodo sulla mia sedia ed assumo il tono da “ti racconto una storia per venderti una scatola”. Certe abitudini fanno fatica a morire.

“Tutto è iniziato con una banalissima influenza di cui nessuno si ricorda più. La gente cominciò ad agitarsi dal momento in cui fu istituito il coprifuoco per circoscrivere il contagio: niente attività sociali dopo il tramonto, palestre deserte, bar chiusi, concerti annullati, fiere rinviate a data da destinarsi, centri commerciali convertiti a magazzini, musei e biblioteche sorvegliati dai militari. Praticamente eri obbligato per legge ad avere un sacco di tempo libero, ma a casa tua. Non ho mai venduto così tanti manuali di giochi di ruolo come in quel periodo.”
“Ero certo che non fosse stata colpa di un’epidemia. Avevo sentito voci di…”
“Abbi pazienza, ci arrivo. Conosci la teoria della scimmia e l’Amleto? Se lasci una scimmia per un tempo indefinito a battere tasti a caso su una macchina da scrivere, prima o poi ne metterà in fila una quantità sufficiente per comporre l’Amleto. Ecco, ora prova a pensare che le scimmie non siano una, ma milioni. Indovinare a caso l’intera bibliografia di Shakespeare diventa improvvisamente molto più facile, vero? E se invece di scrivere un libro dovessimo trovare la formula per aprire un portale verso dimensioni ignote popolate da mostri millenari, quanto tempo ci potrebbe impiegare l’umanità, calcolando che praticamente chiunque in quei giorni stava giocando a casa propria a Dungeons & Dragons recitando formule in lingue inventate, invocando creature dai nomi di fantasia?”
“Mi stai dicendo che la causa della fine del mondo… è stata Cthulhu?”
“Certo che no, so riconoscere Cthulhu quando lo vedo! Dev’essere stato un grande antico di seconda scelta, quelli che appaiono forse come miniboss a metà campagna. Non aveva nemmeno i tentacoli.”
“Ma le scimmie… volevo dire, i giocatori di ruolo… sei sicuro che siano stati davvero loro?”

“E’ solo una mia teoria, non posso saperlo per certo. Si dice che il grande antico sia sorto dalle profondità della terra tra Udine e Martignacco, evocato da un gruppo di inconsapevoli cultisti che giocavano un’avventura homemade. Non fecero in tempo a dire “fhtagn” che furono divorati, ed il loro padrone deve averli trovati talmente gustosi da continuare a vagare per l’Europa in cerca di umani da sgranocchiare, lasciando dietro di sé una scia di morte e distruzione talmente epica che avremmo pagato il biglietto per guardarla, se non fosse stato gratis e sotto casa nostra. Ci vollero giusto un paio di settimane prima che si stufasse e tornasse da solo a dormire nel sottosuolo per chissà quanti eoni, probabilmente annoiato dall’umanità. Se ha deciso così, un po’ lo capisco.”
“No, seriamente, sei davvero convinto che il mondo sia finito per colpa di un grande antico evocato a caso?”
“Macché, il problema non è stato tanto un gigantesco orrore cosmico a piede libero per qualche giorno, quanto la rivelazione dell’esistenza dei grandi antichi, che ha fomentato una quantità inimmaginabile di scappati di casa a rubare un accappatoio dal Decathlon e mettersi a professare riti in lingue che nemmeno capivano, seminando il panico per le strade.
Alla fine, di umanità da queste parti ne è rimasta pochissima, e quella poca non brilla per lucidità mentale.”

Brando continua ad ascoltarmi, ma so che sta credendo forse a metà di quello che dico. Col tempo l’ho abituato a non fidarsi troppo dei miei racconti.
Colgo l’esitazione e vado avanti a raccontare.
“Noi nerd di ludoteca non lo sapevamo, ma eravamo già preparati all’eventualità di un’apocalisse. Per anni abbiamo affinato le nostre abilità organizzative e sociali con Dead of Winter, sviluppato il senso di collaborazione con Pandemic, imparato a gestire le risorse con Brass.
I giocatori american sono stati i primi a capire quanto l’apocalisse sarebbe potuta diventare una nuova opportunità. A loro non sembrava nemmeno vero di poter partecipare alla versione live action di Death May Die, oltretutto con la variante open world. Si sono offerti per primi di proteggere il rifugio e di coordinare gruppi di ricognizione con lo scopo di cercare cibo e sopravvissuti.
Poi avevamo bisogno anche di pianificazione interna, e per quella abbiamo chiesto aiuto ai giocatori german. Gli anni passati a contare legnetti hanno permesso loro di rimanere concentrati mentre la civiltà come l’abbiamo conosciuta si stava sgretolando, perciò dobbiamo ringraziare loro e il loro training sulle plance di Village se nell’ex parchetto dietro all’Ultimo Turno abbiamo un orto biodinamico irrigato autonomamente, o se il nuovo sistema di isolamento dell’edificio non ci fa sprecare nemmeno una risorsa calore. Per dire, quel coso lì l’hanno fatto loro.”
Indico una cyclette con ancora attaccati gli adesivi della palestra a cui apparteneva in una vita precedente, prima di diventare il componente principale di un generatore di elettricità a pedali.
“Con quella produciamo energia sufficiente per far andare avanti Viaggi nella Terra di Mezzo quanto vogliamo, e se ci avanza, anche per avere un po’ di luce dopo le sei. Ma già prima che scoppiasse tutto quel casino avevamo delle ottime alternative agli strumenti elettronici, quindi non ne sentiamo così tanto la mancanza.”

Sul finire della frase, Brando mi fa cenno di stare in silenzio.
Avvertiamo un frusciare di stivali tra le foglie secche provenire da fuori della porta. Rimaniamo immobili per qualche secondo, poi Brando si alza lentamente e si nasconde tra le gli scaffali delle miniature, mentre io rimango seduto a sorseggiare dal mio bicchiere. La porta si apre, rivelando un uomo che, a giudicare dalle mani sporche e dall’aria trafelata, deve aver viaggiato parecchio.
In un attimo, Brando esce allo scoperto e blocca lo sconosciuto puntandogli una tronchesina di Warhammer alla gola. Finisco di bere, mi alzo dalla sedia sbuffando per la fatica, carico uno dei miei sorrisi di quand’ero un negoziante, ed accolgo il tipo sospetto a braccia aperte.

“Benvenuto, viandante. Spero tu abbia buone intenzioni.”
Il viandante risponde qualcosa come “nonsonouncultistalogiuro” usando solo i movimenti degli occhi e di una vena del collo.
“Ben detto, ben detto. Dunque, se stai dalla parte dei buoni, rispondi a questa semplice domanda.”
La sala smette di respirare per qualche secondo.
Più di un ospite dell’Ultimo Turno ricordava di aver vissuto la stessa identica scena, ma dalla parte sbagliata della lama. Gli unici rumori, una gocciolina di sudore che si schianta per terra e lo sbuffare di un cavallo.
“Dimmi… è meglio Agricola o Caverna?”

lunedì 18 maggio 2020

Ultimo Turno I

Nuovo tag "Narrativa" per questo racconto molto carino apparso 2 mesi fa su Gioconoauta ad opera di Luccio & Luna. Mi ha ricordato un po' Zerocalcare e La stanza profonda.




di Luccio (e Luna) | Il lato oscuro delle bacche di Everdell – cronache di ludoteca

“Ti spiego, Brando, la maggior parte delle cose che facciamo non si notano…”
Sono Luccio. Quando da piccolo mi chiedevano “cosa vorresti fare da grande” non c’era ancora l’opzione “negoziante di giochi da tavolo”, per cui optavo per i sempreverdi “inventore” o “esploratore”. Arrivato ad un’età più consapevole, mi sono reso conto che l’inventore era un lavoro vero solamente a Paperopoli, e non erano rimaste tantissime terre sconosciute che valesse la pena esplorare, almeno non abbastanza da permettermi di farlo per tutta la vita.
Mi sono trovato una serie di lavori tra il disgustoso e l’orribile, molti dei quali fanno bene a stare fuori dal curriculum, e alla fine l’esploratore l’ho fatto cercando impieghi qua e là, mentre inventore mi è toccato diventarlo per necessità. Ci ho messo un bel po’ a stufarmi, ma alla fine mi sono stabilito nella mia cittadina nel freddo nord e ho dato vita all’Ultimo Turno, una ludoteca aperta quasi sempre, soprattutto di notte, soprattutto per persone strane.
Tra cui i proprietari, mica mi escludo. L’altro sconvolto che lavora con me è Brando, uno degli ex-ragazzini più promettenti dei tempi in cui si andava a giocare a Magic al mai dimenticato Dragone Arrosto, il locale del nostro paese, ormai chiuso dai primi 2000 dopo che la finanza scoprì che non si trattava di una cooperativa agricola.
Brando è il frutto di accurate selezioni. Selezione del personale da parte mia, che mi sono scelto un collaboratore abbastanza giovane e agile da fare tutto quello che il mio fisico dopo i trent’anni si sogna di fare*, ma soprattutto selezione darwiniana, perché se oggi abbiamo un Brando in negozio significa che è riuscito a schivare anni di coltellate sui fianchi, prodotto tipico della nostra piccola città di periferia, esportato poi in tutto il mondo.

*Recenti studi inventati da me affermano che la soglia dell’adolescenza si sta alzando progressivamente, e ha ormai raggiunto i 38 anni, mentre l’anzianità si comincia a percepire intorno ai 30. Esiste dunque una fascia d’età in cui sei contemporaneamente adolescente e anziano, mentre di diventare adulti proprio non se ne parla.

“Dicevo… la maggior parte delle cose che facciamo non si notano. I clienti entrano convinti di essere arrivati nel paese delle meraviglie, hanno infinite scelte davanti a loro e quasi sempre zero idee su cosa vogliano. Noi studiamo i giochi, li proviamo, leggiamo tutte le recensioni, scegliamo quelli che fanno un figurone dentro un kallax e li mettiamo sugli scaffali. A quel punto possiamo spiegare ai clienti cosa vogliono. Se ce n’è bisogno, usiamo dei rafforzativi.”
Brando non aspetta che abbia finito e apre la nuova scatola demo di Everdell. Ne estrae un po’ di pezzi che chiaramente sono fatti per essere incastrati tra di loro, più una manciata di animaletti in legno e dei token di pregevole fattura.
“Il gioco setuppato è maestoso a guardarlo, c’è un alberone gigante di cartone che fondamentalmente non serve a niente, ma se lo vedi lo vuoi. I materiali potevano benissimo essere dei pezzettini di cartoncino scrauso con le fustelle decentrate, e invece il legno è di legno, la resina è di resina e il sasso è di resina anche quello, perché voglio vederti a mettere dei sassi veri nelle scatole e poi spedirli**.”
**Non sono davvero sicuro che sia resina. Probabilmente è plastica. Sicuramente non sasso.

Brando mi fa una domanda che nella sua testa dev’essere stata importantissima.
“E questi cosi viola che sembrano prugne cosa…”
Interrompe la frase nell’esatto momento in cui le sue dita entrano in contatto con uno dei cosi viola, colpito da un’epifania lisergica completa di dilatazione pupillare e un sottofondo di sitar che solo lui poteva sentire.
“Ma sono gommose!” fa notare Brando a una sala vuota.
“Sì, sono di gomma, credo sia quello che le rende gommose.”
“No! Non hai capito! Sono gommose! Gommose!”
Lascio Brando a ripetere a voce sempre più bassa “gommose”, e a contemplare la rotondità perfetta delle bacche di Everdell. Un branco di giocatori di Yugioh si avvicina per ammirare i misteriosi oggetti, mentre due giocatori di Magic si limitano a darci un disinteressato sguardo da lontano.

Entra un cliente con fare ruminante.
“Ciao, cercavo… non so, un gioco.”
Sfoggio il sorriso del mercoledì.
“Sei nel posto giusto! Come lo vuoi?”
La domanda era evidentemente troppo specifica per il contesto.
Me ne sono accorto dalla scritta < n o w l o a d i n g > comparsa negli occhi***.

***La schermata di caricamento è solo il primo dei livelli di blocco psicofisico totale sperimentabili nell’ambito dei giochi da tavolo. Sopra di essa c’è la paralisi da analisi, che si ha quando ci sono troppe informazioni da gestire contemporaneamente nel proprio turno, e si finisce per rimanere fermi a pensare svariate ore, se non giorni, ignorando che gli altri giocatori nel frattempo se ne sono andati. Ancor più pericolosa è l’analisi da paralisi da analisi, cioè quando sei consapevole di essere bloccato e ne stai analizzando le cause, rimanendo bloccato anche su quelle. Il livello più estremo è il bluescreen, ma quello faccio prima a trovare un esempio concreto che a spiegarlo.

“Uno bello”, elabora il cliente bovino.
“Perfetto, ne abbiamo tantissimi di belli! C’è un gioco che hai giocato e ti è piaciuto?”
< n o w l o a d i n g >
Sento uno scatto improvviso provenire da dietro la testa del cliente. La risposta arriva di getto, come se i pensieri fossero stati ingolfati fino un momento prima.
“Puerto Rico. Avete Puerto Rico?”
“Ma magari ne avessi ancora, è esaurito in tutta Europa, ho letto giusto ieri che una spedizione ne ha trovato un rarissimo esemplare intrappolato nei ghiacci dell’Antartide. Posso consigliarti qualcosa sul genere, magari più moderno?”

Sono piuttosto sicuro che sarei riuscito a trovare una copia di Puerto Rico all’estero da qualche fornitore strozzino. Spedizione in 5-8 giorni, pagamento anticipato, consegnato da un corriere che raglia e sgranocchia carote. Al cliente la faremo breve e diremo che non c’è. Colgo l’assist di Brando sulla fascia, che gira verso il cliente la plancia di Everdell e mette in mostra la scatola come neanche le accarezzatrici di materassi di Mastrota sanno fare.

“Questo è Everdell. Si tratta di un gioco di gestione risorse come Puerto Rico, con la differenza che invece di costruire un impero coloniale devi fare la tua città nel bosco, e controlli un clan di animaletti carini. In una partita puoi giocare fino a 15 carte che rappresentano edifici o abitanti del villaggio, e ci sono tantissime combo che puoi sperimentare, quindi altrettanti modi per fare punti.”
Noto che non mi sta più seguendo. Lo sguardo è completamente rapito dalle forme sinuose delle bacche di Everdell.
“…e poi il gameplay è molto fluido, e l’ottimizzazione delle azioni non deve per forza basarsi su una strategia a lungo termine…”
Ne prende una tra le mani, si ferma ad apprezzarne la gommosità, la solleva ad altezza occhi.
“…piuttosto su approccio tattico che potrebbe ricordare…”
La annusa.
Poi la avvicina lentamente alla bocca e spalanca le fauci.
Lo fermo prima che sia troppo tardi.
“No, guardi, non è il caso, non sono commestibili.”
Mi guarda come se gli avessi detto che Babbo Natale non solo non esiste, ma spaccia pure.
Come risposta ricevo solo un “lo compro.”

< n o w l o a d i n g >. Stavolta mio.
“Certamente, le do una borsetta”.
Brando ce la mette tutta per non farmi pesare il gesto atroce che abbiamo compiuto.
“Oh, l’importante è che il cliente sia contento. Il gioco è validissimo, non abbiamo preso in giro nessuno.”
“Abbiamo venduto delle palline di gomma con un gioco in omaggio. Non era esattamente quello che mi immaginavo di fare quando ho aperto questo posto.”
“Stasera lo giochiamo e mi spieghi tutta quella roba dell’ottimizzazione delle azioni.”
“Grazie. Mi farà stare meglio.”
“Figurati, è un piacere.”
“Brando?”
“Sì?”
“Ne stai masticando una.”
Brando sputa lentamente una bacca di Everdell su un fazzoletto senza distogliere lo sguardo, poi la asciuga e la rimette al suo posto.
“Le avevi contate, giusto?” gli domando.
“Sì, erano trenta.”
“Ne mancano ancora due. Sai fare la manovra di Heimlich?”
“Certamente. Io spremo i giocatori di Yugioh.”
“E io quelli di Magic. Domani ricordami che devo scrivere all’Asmodee di farmi mandare delle bacche di Everdell.”
“Secondo te a quanto le fanno al chilo?”
“Spero poco.”