mercoledì 27 novembre 2024
Un barile di...cazzi!
mercoledì 11 settembre 2024
Nella vecchia fattoria...
Usciti con qualche precauzione da parte del venturiero per non farsi riconoscere ed un po' di confusione procurata dal malandrino, si riunirono a Sorca all'ingresso e si posizionarono lungo il vicolo che circondava il vecchio teatro. Il piano era quello di appostarsi di fuori per la notte e vedere cosa succedesse. Esplorando i dintorni del bordello trovarono, su quello che ora era il retro, un portone abbastanza decadente che, a conti fatti, sembrava proprio quello delle cantine. Lì vicino passava anche un naviglio, che poteva essere usato per trasportare i barili senza troppo traffico, e così il malandrino decide di presidiarlo.
La notte in realtà passò abbastanza tranquilla, ma al sorgere del sole, un carro scoperto guidato da due fattori, entrò dentro all’ampio portone e caricarono alcuni barili. Il buon disgraziato, con la scusa di chiedere della carità, ne approfittò per indagare; i fattori però, che dal principio si dimostrarono gentili offrendogli dei cereali presi da un barile, si irrigidirono quando gli furono fatte domande sul contenuto, allontanandosi imprecando. Il gruppo si mise ad inseguire il carro alla bene e meglio, con il monaco in groppa al suo mulo a causa del suo voto, ed il cane del vagabondo e la civetta della strega a cercarne le tracce senza perderlo di vista, fino ad una fattoria in rovina.
Una volta identificato il luogo, decisero di fare comunque una sosta al cimitero, quasi di strada, per risolvere il problema della peste che affliggeva monaco e vagabondo. Girando in un vialetto più appartato e più in disuso, vicino alle tombe più vecchie e antiche del cimitero, trovarono un losco figuro nero girato di spalle, che da lontano prese a salutarli facendo capire di sapere già il motivo della loro visita. Dopo una conversazione in cui capirono che l’uomo possedeva capacità soprannaturali (per esempio facendo uscire fumo blu dal braccio), scoprirono che, per togliere la peste, avrebbero dovuto pagare uccidendo un uomo davanti ai suoi occhi. Sebbene il monaco non fosse d'accordo, il disgraziato non ebbe molti problemi a raccattare un barbone nei pressi del cimitero, sgozzandolo seduta stante. Ma il monaco, vero uomo di chiesa, usò la sua capacità di fare miracoli, usando tutti i suoi punti fede per curare al volo il povero barbone che stava morendo, impedendo di fatto che si consumasse questo brutale omicidio; ma ristabilito il barbone il disgraziato ritirò fuori il coltello e lo sgozzò nuovamente…La figura impose le mani sul disgraziato guarendolo dalla peste, ma maledicendolo: d'ora in avanti avrebbe avuto un cono scuro come la notte sopra di lui, che l’avrebbe seguito ovunque…
Con questa nuova maledizione visibile da lontano la comitiva raggiunse finalmente la fattoria, che scoprì essere su una strada ormai dimenticata e incolta. Nonostante la struttura versasse in cattivo stato, tre fattori stavano lavorando la terra senza accorgersi della loro presenza.
lunedì 2 settembre 2024
Alla Dama d'Oro
Il gruppo chiese velocemente qualche informazione sul “gulo” che bazzicava, e le streghe risposero che che loro non avevano problemi e che non le aveva mai attaccate, probabilmente per timore o semplicemente perché al cimitero la carne non mancava mai.
Riguardo al guaritore hanno invece confermato la sua presenza, anche se hanno rivelato fosse un praticante di magia nera. Di solito però frequentava il cimitero di giorno.
Andati via dal cimitero si sono diretti alla Dama d'Oro, il bordello frequentato da uno dei cadaveri ritrovato, che hanno scoperto essere un teatro riconvertito.
All'ingresso però vengono avvicinati da un tizio corpulento e calvo di nome Orazio, che dice di avere bisogno di un aiuto per entrare perché l’entrata gli è interdetta a causa di uno screzio con i buttafuori la sera precedente: la notte prima è stato tramortito mentre era con una prostituta e derubato; vuole rientrare per recuperare i suoi averi. Orazio promette anche una ricompensa dato che è affidabile, essendo il macellaio del quartiere; ha solo bisogno di qualcuno che lo copra mentre si intrufola.
I personaggi lo reputano sincero e decidono di aiutarlo. All'ingresso, un ragazzino lentigginoso, molto giovane, li accoglie e gli dà da comprare una maschera a ognuno, che serve perché, qualora qualcuno volesse mantenere l'anonimato, lo può fare.
In tutto questo, il venturiero prende appunto una maschera in più che passa a Orazio, il quale si riesce a intrufolare. Quando però provano ad entrare nella hall, non sono particolarmente agili o scaltri e Orazio viene visto, e per paura comincia a correre e sparisce dalla vista.
I personaggi dicono che non era con loro e quindi in realtà non sanno assolutamente perché sia lì. L’allungo di una piccola somma di denaro chiude la questione.
Provando a indagare un po' su Orazio, il ragazzino racconta che hanno avuto dei problemi con la sicurezza e quindi è stato allontanato. Versione dei fatti diversa da quella raccontata da Orazio.
Chiusa la discussione, cominciano a salire sui palchi e intravedono, guardando bene anche tra i clienti, qualcuno della banda dei Pigliargento.
Si dirigono sui palchi e vanno nel palco di Brigitta, la prostituta che era con Orazio la sera prima. Approfittano del palchetto vuoto accanto per provare a vedere cosa sta succedendo e vedere se per caso si ripete quello che è successo.
Entrati nel palchetto, il malandrino usa il suo occhio di vetro per guardare nel palchetto accanto e vede Brigitta con un cliente, un tizio brizzolato e balbuziente, che fanno all'amore.
Nell'atrio principale, quindi praticamente la platea, i personaggi vedono che c'è diversa gente che gioca a carte, fa baldoria e capiscono che invece tutti i palchetti sono riconvertiti a veri e propri cubicoli delle prostitute.
La situazione però degenera rapidamente quando Orazio prova a irrompere nel cubicolo di Brigitta, sfonda la porta, entra e con un pugno tramortisce il suo cliente e poi comincia a incalzare Brigitta, accusandola di essere complice del furto tirandole anche uno schiaffone.
Il venturiero però, incrociato il macellaio nel corridoio, gli era entrato appresso e, all’ingresso delle prime due guardie corse ad immobilizzare l’aggressore, tramortendolo, soccorre Brigitta in un angolo nascosto della stanza, cercando di farsi dare qualche informazione in più.
Nel frattempo nella stanza arriva un tizio calvo e basso, con i baffi lunghi (che assomiglia a Ben Kingsley nel ruolo del Mandarino negli Avengers), chiamato Pero Fasul, proprietario della Dama d'Oro. Rivolgendosi ad Orazio, spiega che il motivo per cui la sera prima era stato aggredito è perché gli ha rifilato della carne avariata. Gli dice che ha sbagliato a provare nuovamente a farsi giustizia da solo e che pagherà l’affronto con la vita, non sapendo però di essere ascoltato dal venturiero nascosto nell’alcova (il cliente di Brigitta, il brizzolato, era tramortito, e ovviamente non ha visto niente).
Gli sgherri entrati per primi, preso dalla concitazione e intimoriti dalla rabbia del loro capo, si dimenticano del venturiero che aveva soccorso la prostituta, e se ne vanno col corpo inerme del macellaio.
In tutto questo gli avventurieri rimasti nascosti nel palchetto affianco, sono riuscito a captare sprazzi di conversazioni, ricostruendo la storia.
Fasul rivolge quindi ai suoi sgherri le ultime parole: "Sapete cosa fare: potete portare il cadavere alle lavandaie; fate un bel lavoro senza farvi vedere."
Gli sgherri quindi obbediscono, portando il corpo di sotto, nei locali delle cantine, nei sotterranei della Dama d'Oro. Il disgraziato però, seguitili, vede che il cadavere viene messo in una botte, scrivendogli sopra la parola "emundare" con la pece. Detto questo se ne vanno.
Nel frattempo il malandrino, cogliendo nell’azione di Orazio un ottimo diversivo, era andato a indagare sulla morte di Clelio, il frequentatore del bordello trovato tra i cadaveri. Si scopre così che ad ucciderlo è stata la prostituita Gisella per difendersi da un’aggressione (versione confermata anche da Brigitta al venturiero, ormai in confidenza). Il malandrino allora, andando da Gisella, cerca di scoprire ulteriori informazioni facendole capire che sa dell’omicidio tirandole il canino estratto dal cadavere, ma la prostituta rimane molto seria e molto rigida, rivelando semplicemente che è stata una questione di legittima difesa, che lui era ubriaco, la malmenava e si era stufata. Per non far gettare una cattiva nomea sul bordello, la cosa è stata insabbiata e ci ha pensato il capo.
giovedì 29 febbraio 2024
I misteri del convento dello Santo Crocifisso
Decidemmo di rimettere i cadaveri nello fango, perché seppellirli avrebbe richiesto troppo tempo (pace all’anima loro) e bruciarli così conciati sarebbe stato impossibile.
Poi, dopo averli spogliati ciascuno di un oggetto di riconoscimento (a partire da quelli di valore ovviamente...) e dopo aver nascosto le monete d'argento che non saremmo riusciti a trasportare, tornammo a Milano (e fu divertente vedere fra Clistere saltellare allegramente sulla via del ritorno, almeno fino a quando non comprammo un mulo dal contadino Randello, che voleva venderci pure la figlia Vetusta) fermandoci al convento del Santo Crocifisso, fuori le mura. Olio ed il nostro frate avevano bisogno di un miracolo per essere guariti dalla peste, e potevamo ottenere qualche utile informazione su fra Sigismondo.
Il primo che incontrammo fu un frate confessore, fra Danko ma chiedemmo subito di un superiore per un miracolo. In realtà l’abate fra Bonifacio non poteva ottenere un miracolo perché temporaneamente fuori dalla grazia di Dio (seppimo dopo che però consigliò in privato a fra Clistere un guaritore...diciamo...poco ortodosso, che praticava di giorno nel cimitero), ma ci fornì preziose informazioni su fra Sigismondo: in un primo momento, scosso, spiegò che era morto per una malattia alle viscere e la famiglia era venuta a ritirare il corpo per seppellirlo nella cripta di famiglia, poi - messo all’angolo - crollò, confessando che era stato trovato morto trafitto nella sua cella, che presentava la finestra rotta, con un biglietto che recitava: “Torneremo per trovare la nostra preda”. La famiglia non ne era al corrente ed i monaci avevano fatto di tutto per non lasciar trapelare la notizia.
Pensai subito ad un ricercato che cercasse rifugio e nascondimento fra la sicure e riservate mura di un convento, e mi sovvenne la storia del cavaliere Uther von Entermesser raccontataci il giorno prima dai saltimbanchi. L’abate confermò il recente arrivo di un confratello germanico fra Talarico, ma troppo scosso dalla vergogna e dall’imbarazzo si ritirò nella sua cella lasciandoci a pensare.
Il corpo comunque era stato portato al cimitero (supponemmo dal becchino), per cui non rimaneva che andare per parlagli e fargli qualche domanda anche sugli altri cadaveri. Mentre attraversavamo Milano ci sembrò di essere osservati da uno strano figuro a cavallo, con un cappello dalla lunga tesa, che dopo averci fissato sembrò annotare qualcosa su un taqquino...
Arrivati al cimitero di notte notammo subito dei fuochi e udimmo delle voci femminili: era chiaramente un sabba, e così mandammo avanti Sorca, pur sapendo che se avesse mentito avrebbe vomitato sangue (come avvenne effettivamente, ma per solo due o tre volte...). Le streghe ci avevano comunque sentito avvicinare e avevano lanciato un sortilegio per tenere lontani eventuali uomini di fede, così - lanciata una coperta macchiata a Clistere perché nascondesse i suoi abiti - ci rivelammo. Non sapevano nulla né del becchino, né del guaritore, anche se di notte avevano visto aggirarsi tra le tombe un goullo, una immonda creatura rediviva pericolosa persino per loro. Ci proposero però uno scambio: un sigillo per infuocare chiavi creato da Sorca, in cambio di un amuleto col sigillo di parlare coi morti. Unico inconveniente? Il sortilegio doveva essere pronunciato durante una masturbazione maschile...
lunedì 26 febbraio 2024
Undici cazzi...di meno
Littera di memoria a lo mio Signore.
Quando uno dei servi avvisò lo nostro Signore di quello che aveva trovato tra i ruderi dell'antico acquedotto romano, crollato per un'improvvisa et violenta scossa di terremoto, questi pensò bene di mandare noi, li suoi gaglioffi, ad indagare sull'accaduto, prima che altri Signori potessero metterci il naso (perché lo naso del nostro Signore è lo più grande, et sempre attento all'aria che tira!). Diversi corpi infatti emergevano dalla pozza di fango che si era accumulata alla base dell'antica struttura, e tutti con tratti particolarmente strani et bizzarri (non che la nostra compagnia fosse da meno...per carità).
Io, il fedele Frenulo, assieme al venturiero Brodo, iniziammo ad estrarre i corpi dal fango cercando di metterli in fila per poterli esaminare:
uno era tutto blu, completamente rivestito di vernice (scoprimmo poi da un gruppo di saltimbanchi girovaghi che pochi giorni prima era morto un noto pittore mentre affrescava lo duomo, cadendo proprio dentro ad un barile di colore blu);
uno aveva un grosso porro sul naso e mostrava le tipiche pustole da appestato (e Olio e fra Clistere, parvendogli giusto venirci in aiuto, si infettarono per torglierlo dalla sozzura). Togliendogli la casacca, scoprimmo un tatuaggio del corvo che i saltimbanchi dissero essere il segno distintivo dei Pigliargento, una banda di banditi di Milano. Era morto con un colpo di lama in testa e nel deretano aveva nascosta una collana di perle;
uno era vestito da donna e Sorca notò assomigliare particolarmente a Bianca Maria de' Bembo, la moglie del duca di Lodi (che effettivamente aveva la fama di avere una consorte piuttosto mascolina...);
uno era vestito dignitosamente ma aveva il ventre gonfio come un otre, e che aperto rivelò un sacco con 4960 monete d'argento!;
un altro era riverso nello fango con un pugnale di pregevole fattura saracena piantato nella schiena;
uno era un uomo grosso, grasso e calvo e Olio lo riconobbe come Clelio il Coito, un cliente del famoso bordello "La Dama d'Oro";
uno aveva una tonaca da prete e Clistere lo riconobbe come fra Sigismondo, del convento del Santo Crocifisso di Milano. Era stato infilzato e possedeva solo una croce ed un breviario;
uno aveva uno strano uncino al posto di una mano, con le iniziali "G.V." incise sopra, e Frenulo lo riconobbe come Gregorio Vicoli detto il Lagrimante: lavorava per il duca Luigi il Tagliacalcagni;
uno teneva abiti molto eleganti e sciccosi, con uno squarcio di lama sulla schiena;
un altro era finito piantato a testa in giù nel fango, con solo gli stivali visibili. Estratto venne riconosciuto da Brodo come Caronte delli Colli, l'ambasciatore torinese presso Milano, e portava un grosso anello con uno stemma. La testa gli era stata spaccata.
l'ultimo infine indossava dei curiosi oculi cum vitro di due colori diversi: blu e rosso. Era ancora vivo ma con una tenia gigante che gli infestava le interiora e che cercò di infilarsi in bocca allo solito sventurato Olio il Disgraziato (d'altronde vendere l'anima al diavolo attira sciagure, si sa...). Fortunatamente questa sciagura fece scappare a gambe levate il famoso (a suo dire) "Pietro il topo", un losco individuo (più losco di noi) che voleva una tassa sulle cose trovate sui cadaveri (ma sarebbe fuggito sicuramente se Sorca la strega gli avesse vomitato qualche bugia in faccia...)
Alcuni di questi erano stati riconosciuti dai componenti della nostra compagnia, ma le ipotesi sui quei corpi rimanevano vaghe, anche se si poteva iniziare a restringere lo campo. L'acquedotto arrivava alla chiesa dello San Velato, in direzione di Torino, e probabilmente quei corpi venivano usati per trasportare refurtiva da Milano fino a lì. Ma erano stati uccisi apposta? O morti in circostanze diverse, come sembrava, e poi trafugati prima che li corpi potessero raggiungere lo camposanto? E poteva essere coinvolto lo soldato tedesco disertore, che pareva nascondersi dalla iustizia nei panni di un frate, come aveva rivelato lo povero contadino incontrato?
Recarsi alla chiesa dello Santo Velato o al camposanto o dall'ambasciatore torinese, sarebbero state le successive mosse, ma una domanda ossessionava la mia mente da malandrino sodomita: dov'erano finiti gli undici cazzi??
Il vostro perennemente grato Frenulo.



